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"Daniel Minahan è un giovane regista proveniente dalla televisione a cui rivolge uno spietato attacco, precedentemente coinvolto come sceneggiatore in 'I shot Andy Warhol' , di Mary Harron. Ed ha conquistato, per dirla proprio con Warhol, il suo quarto d'ora di fama riuscendo nel quadruplice intento di aggiungere un film choc alla lista delle fantasie dispotiche sulla tv, di mettere a subbuglio la Mostra del Cinema di Venezia lo scorso settembre quando il film venne ritirato all'ultimo momento in obbedienza agli imperscrutabili disegni promozionali della distribuzione americana, di ottenere un clamoroso successo di pubblico e di risate a gennaio al Sundance Festival, di farsi invitare anche alla Berlinale e di uscire distribuito dalla Lucky Red". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 25 maggio 2001)
"Il film, scritto con spirito goliardico e diretto con senso del ritmo da Daniel Minahan, discende dalla 'Decima Vittima' di Elio Petri (1965), a sua volta tratto dal racconto 'La settima vittima' di Robert Sheckley. Minahan sapeva di questo film sceneggiato da Ennio Flaiano e interpretato da Marcello Mastroianni e Ursula Andress? Più probabile che avesse in mente 'L'occhio che uccide', di Michael Powell (1960), 'Videodrome' di David Cronenberg (1983), 'Quinto potere' di Sidney Lumet (1985) (...) Dopo uno dei delitti legalizzati del gioco la Smith dice alla telecamera che la segue: "Non mi piace uccidere ma non ho scelta: qualunque mamma farebbe la stessa cosa". Per ora è un film, prima o poi sarà realtà". (Maurizio Cabona, 'Il giornale', 25 maggio 2001)
"Divertente certo. E con un brillantissimo epilogo, da non raccontare. Ma visto il soggetto ci si aspetterebbe uno 'stacco', un attimo di distanziazione. Oppure, all'opposto, un'adesione così totale da provocare orrore. Come accadeva qualche anno fa nell'insostenibile 'Il cameraman e l'assassino', vero punto di non-ritorno nella satira della tv. Altrimenti la morale è una sola: c'è ancora una differenza fra cinema e televisione?". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 maggio 2001)
"Non è difficile accettare il salto di credulità: sono i modelli televisivi impressi in ogni telespettatore d'oggi a distanziare l'inaccettabile, cioè che sia possibile la perdita dei valori di fondo nel 'racconto' globale dei mass media, la perdita del limite tra significante e significato. Interessante". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 1 giugno 2001)
"Paradosso, glossa, nota a margine, ma che porta a fare il tifo per tutto il negativo della società mass mediologia: il film di Minahan è intelligente anche se non ha la genialità assoluta del 'Truman Show' di Weir. Si pone al fianco di 'Ed tv', nel discorso sulla vita reale che ormai si è svenduta all'apparenza della popolarità televisiva, esasperazione di quella celebre battuta di Warhol che prevedeva almeno 15 minuti di popolarità per ciascuno. Ma senza armi". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 2 giugno 2001)
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