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"Se i personaggi di Tozzi non vivono addirittura in una 'landa tragica' (lo scrisse Cassola), in quanto un tenero sentimento del paesaggio toscano pervade la narrazione ed è fedelmente rispecchiato nella stupenda fotografia di Beppe Lanci, bisogna riconoscere che ambienti e costumi sembrano ben più agiati e leggiadri di come appaiono nel torvo romanzo. E anche gli interpreti, rispetto ai modelli, risultano unidimensionali: non solo i giovani, tra i quali emerge la fotogenicissima Debora Caprioglio, ma anche attori a sangue caldo come i pur bravi genitori Stefania Sandrelli e Marco Messeri." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 23 dicembre 1994)
"Lo schema sa un po' di polvere, i sentimenti gridati, i caratteri molti coloriti finiscono spesso sopra le righe e quell'aura ancora un po' ottocentesca che grava su fatti e persone rischia spesso di sembrare antiquata, soprattutto nei climi attorno, nelle evoluzioni dei personaggi, nelle scene madri scritte con foga ma, qua e là, anche con esplosioni eccessive, in cifre di letteratura vetusta; Francesca Archibugi, però, sa ormai molto bene cosa è il cinema e, pur con un testo così datato, non ha faticato a proporsi, nella sua rappresentazione, con particolare vigore. Intanto nel disegno vivido delle cornici: prima le campagne e la vita rurale, poi in una Siena quasi fuori dal tempo, fra il Medio Evo e la dagherrotipia; quindi nella caratterizzazione sempre molto decisa dei personaggi, specialmente di quelli che pur non partecipando all' intreccio d'amore, hanno, come il padre-padrone, un saldo rilievo nella storia." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 23 dicembre 1994)
"Gli attori sono quasi tutti bravi e ben diretti, a cominciare da Debora Caprioglio che ha compiuto una mutazione rilevante; Marco Messeri recita il personaggio del padrone senza alcuna banalità, con intelligenza, e Sergio Castellitto è bravissimo nella parte del padrone sessuale della ragazza. Un merito speciale del film è la sua fattura altamente professionale ma non convenzionale, l'assoluta mancanza di approssimazioni e cialtronerie, lo scrupolo filologico e l'attenzione agli ambienti ai paesaggi: nella tradizione dei cinema italiano migliore, d'un cinema che pareva scomparso, perduto." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 23 dicembre 1994)
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