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Copyright © Cinematografo 2009.
Una gigantesca farsa chiamata Mundial
Il giornalista Maurizio Gallo (Alessio Boni) arriva in Argentina insieme al collega Ramponi (Giuseppe Battiston) come inviato sportivo per il Mundial del 1978. Conosce Ana (Florencia Raggi), ex fidanzata di un suo amico emigrato in Italia, e se ne innamora. L'attivismo della donna e alcune foto 'scomode” di Carlos, un suo parente, stimolano in Maurizio una presa di coscienza della terribile realtà in cui si trova il paese, tutto rivolto omertosamente verso i fasti della manifestazione sportiva: una mera copertura della dittatura spietata del Generale Videla…
Scriva bene del nostro paese, scriva la 'verità”!
Qual è la verità da raccontare in un paese in cui una dittatura militare fa sparire la gente, la tortura e la uccide senza appello nell'indifferenza generale?
Certamente una realtà dura, affrontata e narrata con coraggio e senza peli sulla lingua da Stefano Incerti (L'uomo di vetro, La vita come viene), regista d'impegno sociale e continuatore ideale delle opere di Francesco Rosi. Tenendo ben presente il capolavoro di Costa-Gavras Missing – Scomparso, non si può far altro che elogiare e promuovere certo cinema italiano, così lontano idealmente, strutturalmente e formalmente, dai film sbanca-botteghino di bassa lega.
L'attenzione di Incerti per i dettagli alza il livello qualitativo dell'intera opera: la ricostruzione degli ambienti, la scelta dei costumi, la ricercatezza di alcune inquadrature, tutto mostra la bravura del regista, nonché una sua forte volontà di accogliere il pubblico nell'intreccio della vicenda, rendendolo partecipe del clima di sconcerto vissuto dal protagonista. Lo spettatore finisce così per accostarsi e immedesimarsi pienamente nel personaggio, interpretato con misurata tragicità da Alessio Boni (La meglio gioventù, Arrivederci amore, ciao), imbrigliato in una continua alternanza di status fra un inconsapevole e travolgente trasporto amoroso e la drammatica presa di coscienza dell'attualità (per il '78) argentina. C'è spazio anche per scene di pura poesia: un incontro di sguardi e il clarino di sottofondo culminano in una scena d'amore potente (fra Maurizio e Ana), espressa nell'intreccio dei corpi immersi nella luce rossastra degli interni.
Il regista non lesina momenti davvero spiazzanti, dove un climax leggero impenna improvvisamente con scene di rastrellamenti non preventivati o con commuoventi schiere di corpi ammassati: scene da togliere letteralmente il fiato. Così come riserva un occhio particolare per la città, quasi fosse un intruso che scruta i volti, indaga silenziosamente per proprio conto fra l'omertà di un popolo che sa, ma non ammette, per poi perdersi tra le vie e i vicoli di una Buenos Aires in fermento per il Mundial. L'evento sportivo per eccellenza, atteso da milioni di persone in tutto il mondo, cala come un enorme telo di menzogne e falsità sulla città dei desaparecidos, dove chiunque potrebbe essere tacciato di intenti rivoluzionari e sparire nel nulla: i complici del silenzio, signori di omertà e noncuranza, si svegliano troppo tardi, solo quando la tragedia è alle porte della loro casa, li tocca nel privato e va a minare un equilibrio falsamente portato avanti.
Un film di denuncia e di memoria storica, da far vedere alle nuove generazioni.
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"Le disavventure di malcapitati nostrani nel Sudamerica fascista - Cile e/o Argentina anni '70 - e oggi un genere cinematografico codificato da autori con tragiche esperienze personali (Mario Bechis), passate rabbie civili mai digerite o voglia di malafiction bisognosa di realismo. Non e il caso di Stefano Incerti de 'Il verificatore' e 'L'uomo di vetro' (recuperateli!), ottimo regista che ha per maestro Francesco Rosi, sa girare scene di sesso e inseguimenti, scolpire l'urlo delle vittime, degli emigranti traditi, persino lo sguardo del maligno. E sa spremere il meglio da un bravo attore troppo telesprecato." (Alessio Guzzano, 'City', 17 aprile 2009) "Il film di Incerti poteva essere migliore e tuttavia va segnalato il grandissimo interesse della materia che esplora. La stampa internazionale accorsa a celebrare il trionfo di Menotti, Kempes e compagni fu complice del silenzio?." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 17 aprile 2009) "'Complici del silenzio' sfiora mille possibili piste narrative senza seguirne fino in fondo nessuna. Come una fiction, perdonateci la banalita. Peccato." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 aprile 2009) "Classica trafila, la presa di coscienza del reporter sportivo ma il film, protetto dal lieto fine, rievoca con passione un calvario antico, offre glossa sull'emigrazione in Sud America ('per abbassare la disoccupazione ed evitare il caos') restando a mezzo tra piccolo e grande schermo con un Alessio Boni decisamente impegnato, espressivo, anche se la love story con la Raggi e solo un espediente." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 aprile 2009)
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