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Poli opposti
Giada è una studentessa di scienze della comunicazione, solitaria e trascurata; non le interessa la vita sociale, né tanto meno l'esile mondo delle apparenze, di cui, invece, analizza i limiti, denunciando la cultura dell'esteriorità insieme alla mercificazione del corpo femminile. I suoi ideali cominceranno però a vacillare quando incontrerà Riccardo, meno brillante negli studi ma 'impegnato” a soddisfare il richiamo dei sensi fra notti in discoteca, superalcolici, ragazze disinibite e automobili potenti: difficile che i due possano andare d'accordo, eppure Riccardo – per futili ragioni – riesce a sedurre Giada, che si troverà ad accogliere proprio quel mondo in precedenza tanto disprezzato…
Il fragile gioco delle apparenze
Per dimostrare la superficialità del mondo e la stupidità degli uomini, Cristiana Capotondi s'imbruttisce nello stereotipo della ragazza asociale e ingobbita dallo studio, crisalide pronta a diventare farfalla; sensazione di deja vu? Ma certo, è proprio la storia del brutto anatroccolo, trasportata nell'era dei telefoni cellulari, delle griffe e dei cervelli bruciati dalla cocaina e dalla peggior cultura televisiva: Come tu mi vuoi (ingiustificata citazione pirandelliana) non è nulla di più, nonostante le ambizioni critiche e i tanti discorsi da studente di sociologia della comunicazione che emergono nella sceneggiatura, contraddicendone la presunta umiltà. Così, fra l'idiozia di una gioventù annoiata dal troppo denaro e il fascino luciferino della bella apparenza, il film fa il gioco di quel mondo che vorrebbe denunciare, e glorifica il percorso di una ragazza – non brutta, bensì trascurata – che si è lasciata alle spalle la vita precedente in favore di una strada più semplice, e ha visto schiudersi le porte dell'amore e della realizzazione professionale. D'altra parte, viviamo pur sempre in una società maschilista.
Anonimo nella regia, poco ispirato nelle trovate comiche e insipido nelle interpretazioni (Vaporidis si prende in giro e la Capotondi si impegna, ma a vuoto), Come tu mi vuoi difetta anche nel ritmo, e sottopone a 107 minuti che paiono tre ore: puro, vacuo cinema dei 'telefonini bianchi”, per citare la felice definizione coniata da Maurizio Porro.
INTERVISTA AL REGISTA E AL CAST
Al termine della proiezione per la stampa, il regista Volfango De Biasi e gli interpreti Cristiana Capotondi e Nicolas Vaporidis hanno riposto ad alcune domande dei giornalisti.
Cosa ti ha stimolato a scegliere i due interpreti principali? Forse il loro recente successo?
De Biasi: Perché sono bravi, ma anche perché è molto difficile proporre una storia che abbia la possibilità di arrivare nelle sale. Come in tutto il mondo esiste uno star system, e affidarsi a una coppia vincente, che possa soddisfare le aspettative del pubblico, è una mossa intelligente per garantirsi un maggior seguito; così, quando ho potuto proporre a loro il mio film sono stato molto contento, e fra noi c'è stato un innamoramento reciproco. Non posso che essere felice di questa scelta, perché a mio giudizio hanno offerto entrambi un'ottima prestazione. Inoltre questo è il mio primo film (vengo da quindici anni di gavetta), ma ho avuto il meglio che potessi ottenere, in ogni senso.
I protagonisti come valutano il film? Com'è stata la lavorazione
Vaporidis: Diciamo che le tre fasi del film – la sceneggiatura, la realizzazione e la visione del prodotto finito – sono procedute in crescendo, in un progressivo miglioramento. Ero convinto che la sceneggiatura fosse ben scritta, ero entusiasta mentre lavoravo e, visto il film completo, mi è parso un ottimo spaccato generazionale, raccontato attraverso una favola: sono davvero contento del lavoro che abbiamo fatto insieme.
Capotondi: Il film ha un valore emozionale e una capacità di far affezionare ai personaggi davvero insolita, è molto duro quando deve esserlo, ma offre anche personaggi di grande tenerezza; ha una grande umanità, insomma. C'è una gran cura nella definizione degli stessi personaggi così come nella fotografia, e questo rende Come tu mi vuoi una commedia di grande qualità, come in Italia non se ne vedono spesso: il nostro pensiero andava alle commedie americane, quelle in cui ci si ricorda il nome dei protagonisti, tanto sono curate.
Quanto c'è in te del personaggio di Riccardo?
Vaporidis: Non molto, a dire il vero; più che altro ho cercato di dargli un'anima. All'inizio è un personaggio viziato, che non suscita simpatia, ma in seguito tira fuori qualcosa di più sincero, e capiamo che in fin dei conti la colpa non è sua. Semplicemente lui è cresciuto così, è ricco di famiglia, dunque certe cose gliele hanno sempre concesse e non sa distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato; però capisce che esiste anche un altro tipo di mondo, ne prende consapevolezza e riesce a cambiare.
Qual è stato l'iter di trucco cui ti sei dovuta sottoporre?
Capotondi: Un iter di due ore, in realtà lo stesso tempo che si trascorre anche per avere un aspetto 'normale”. Si è trattato di 'effetti speciali” di vario genere; i baffi non erano miei, le sopracciglia non erano le mie, e inoltre avevo un apparecchio ai denti che dava maggiore rotondità al viso e dei tubicini di plastica nel naso. Anche i capelli non erano miei, avevo una parrucca: purtroppo il colore di Giada – tendente al verde – non è mio, io sono sul rossiccio. Ovviamente c'è stato poi un lavoro sulla gestualità e sul modo di camminare, molto diversi dai miei.
Quali responsabilità senti nei confronti del pubblico giovane, che potrebbe vederti come un modello?
Vaporidis: E' qualcosa cui penso spesso, ma si tratta di una responsabilità relativa perché io sono un attore, dunque il mio ruolo non è quello di 'guida”, di esempio, di personaggio da emulare; non dobbiamo essere per forza dei modelli, e non lo pretendiamo nemmeno. L'unica cosa che possiamo fare è contraccambiare l'affetto dei ragazzi – che mi arricchisce professionalmente e umanamente – scegliendo storie che possano far capire loro come noi viviamo il mondo. Il cinema è la mia forma di comunicazione, e attraverso di esso cerco di esprimere e raccontare la mia visione delle cose: in questo film, ad esempio, diamo uno schiaffo al sistema consumistico e ai giovani che produce, concentrati sull'immagine e non sulla sostanza. Ma non vorrei che un determinato attore o cantante diventasse un riferimento per la gente, perché spesso rappresentano un modello sbagliato.
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