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Come Dio Comanda Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-12-11 15:55:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Giudizio: OOOOO

Si possono mettere in luce i difetti, lamentare il trattamento di alcuni personaggi, puntare il dito contro la coerenza dell'impianto e discutere persino dei tagli drammaturgici operati sul romanzo di Ammaniti. Bisogna però riconoscere a Gabriele Salvatores la capacità di reinventarsi ogni volta, spiazzare la critica e sfidare le attese del pubblico. Che fosse autore impavido, lo aveva già sbandierato ai quattro venti con Io non ho paura, ed è a quel film - prima collaborazione tra il regista napoletano e lo scrittore romano - che il nuovo lavoro rimanda. In mezzo le sperimentazioni di Quo vadis, baby?, collaudo per le atmosfere sinistre e il registro cupo di Come Dio comanda. Siamo in Friuli, nella provincia amorfa del lavoro, del perbenismo, del grado zero dei legami sociali. Ai suoi margini vegeta una periferia fatta di irrazionalità, scoppi d'ira e indigenza. Vi appartengono Rino Zena (Filippo Timi) e il figlio dodicenne Cristiano (l'esordiente, bravo, Alvaro Caleca), nucleo di una famiglia impresentabile, cresciuta a pane (poco), lavoro (niente) e diffidenza (troppa). Rino è un nostalgico del nazionalsocialismo, disoccupato/alcolizzato, che nella (dis)educazione del figlio ha riposto i suoi ultimi sogni di rivalsa. Cristiano è un ragazzo introverso, di temperamento mite, succube del padre padrone. Il loro è un "rapporto a due" intervallato dalle visite di un assistente sociale (Fabio De Luigi) che minaccia di rompere l'amorevole binomio; dalle bravate di Quattro Formaggi (Elio Germano), uno sciroccato che parla con Dio, costruisce improbabili presepi e si masturba davanti a un televisore; e dalle attenzioni di Fabiana (Angelica Leo), figlia della borghesia e della generazione Ipod. Sarà proprio l'ossessione di Quattro Formaggi per la ragazza a scatenare la tragedia... Tornano i padri e figli del passato, ma Salvatores non è più (solo) interessato all'ottica dei piccoli nè al coté sociale e politico. Al centro di Come Dio comanda c'è semmai l'ambiguità dei sentimenti e delle pulsioni umane, messe in scena con una radicalità e una pietas inedite. Lontano dalle demonizzazioni e dall'indifferenza della cronaca, il regista premio Oscar costruisce una favola dark (con tanto di cappuccetto rosso e lupo nella foresta) immersa nella natura arcana di una terra di nessuno, dove non ci sono né orchi né fate, ma creature ferite, cuori che sanguinano, e compassione per tutti. La sceneggiatura non è sempre compatta, le ingenuità e la carne al fuoco abbondano - si veda la sequenza del funerale o quella in ospedale con Quattro Formaggi -, Germano fà troppe smorfie (ma il suo era il ruolo più a rischio), e la hit di Robbie Williams (She's The One) finirà per rintronare l'ascoltatore più esigente (al contrario dell'empatico score dei Mokadelic). Si può storcere il naso quindi e liquidarlo con una battuta. Oppure sostenerlo, sperando che fruttino (al cinema italiano) i suoi semi migliori: l'eloquenza dei corpi, l'andirivieni sospeso, il gusto cinefilo (Van Sant, Cronenberg), il primato della forma. Ossia il nocciolo della narrazione moderna. Pecche comprese.

Copyright © Cinematografo 2008.

Scheda Film
Come Dio Comanda
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-12-12 10:00:57
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Un lupo e il suo cucciolo

Rino e Cristiano Zena, padre e figlio, vivono da soli in una imprecisata e desolante provincia del nord-est italiano: il loro è un rapporto di amore 'estremo”, duro e rude ma forte, improntato al culto della virilità e basato su idee d'ispirazione neo-nazista, che il quattordicenne Cristiano ha ormai assimilato in pieno. Con loro, unico vero amico, un giovane soprannominato 'Quattro Formaggi”, il cui equilibrio mentale è stato irrimediabilmente sconvolto, anni prima, da un incidente sul lavoro.

I tre vivono alla giornata, senza alcuna speranza nel futuro, oppure chiudendosi in personali e ricorrenti fantasie: come Quattro Formaggi, che in casa ha costruito un bizzarro presepe e intanto sogna il volto di una pornostar. Ma una notte di tempesta si abbatterà su di loro, e dalla mattina seguente nulla sarà più come prima…

Una nuova trasposizione intelligente

Ha il vago sapore della soluzione di ripiego questo adattamento dall'ultimo romanzo di Ammaniti: come se Salvatores, vistosi sospendere i progetti internazionali di La scala di Dioniso e Cargo (per non parlare dell'ambizioso Cromosoma Calcutta, sfumato ormai una decina di anni fa), avesse deciso di riparare nelle acque, ben più sicure, della trasposizione di un best seller, fra l'altro sostenuta dalle solide basi economico-distributive della Rai; pura e semplice operazione commerciale, dunque?

No, o meglio non solo, perché Salvatores – forse unico autore italiano a sperimentare con le tecnologie e con i generi – riesce a riorganizzare la sovrabbondante materia narrativa dell'opera originale, donandole maggiore unità e coerenza per soffermarsi, contrariamente alla natura corale del romanzo, su una singola storia, quella principale e più significativa: la storia di un rapporto padre-figlio fondato su un sistema di valori distorto, sul culto della forza e della patria, su concezioni reazionarie e razziste. Un rapporto di affetto rude ma viscerale, in cui riescono a sopravvivere persino alcuni principi 'sani” (quella di Rino Zena – uno splendido Filippo Timi, aggressivo, sornione e virile – è una morale discutibile, ma è pur sempre una morale) e in cui, chissà, l'impenetrabile durezza maschile potrebbe anche lasciarsi scalfire da un raggio di luce, o magari dalla sincerità di una lacrima. E sullo schermo, nell'essenzialità di un copione che lascia emergere i momenti chiave (tagliando intelligentemente alcune vicende e personaggi, su tutti quello di Danilo Aprea), questa linea narrativa funziona meglio, ha un impatto più diretto sullo sguardo dello spettatore: merito dello stesso Ammaniti, co-sceneggiatore, che sin da subito ha avuto ben chiara la necessità di ridimensionare la vastità del racconto; e merito ovviamente della regia di Salvatores, qui concentrata su una sobrietà stilistica parca di virtuosismi che lascia però spazio anche ad alcuni piccoli azzardi formali (i salti di montaggio), e che, in ogni caso, si esprime nell'ormai consueta e gradita confezione da mercato internazionale, curatissima già a partire dall'ottima fotografia di Italo Petriccione. Decisamente ispirato anche l'impiego straniante delle musiche, e in particolare delle canzoncine pop che si ripetono ossessivamente – in un continuo gioco fra sonoro intra ed extradiegetico – stridendo con l'essenza drammatica di quanto viene mostrato.

Un film riuscito, a cui giovano sia lo sconfinamento 'di genere” (Salvatores è un abile costruttore di atmosfere e di inquadrature, e tratta la storia con i toni del thriller), sia le interpretazioni del cast, con l'ennesima, brillante conferma del sempre più eclettico Elio Germano e la spontaneità del debuttante Alvaro Caleca.

Occhio al fugace cameo di Giuseppe Cristiano (protagonista di Io non ho paura), nel ruolo di un chirurgo.

Copyright © Spaziofilm.it 2008.

Scheda Film
Come Dio Comanda
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-06-10 04:13:38
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"L'impressione d'insieme e che 'Io non ho paura' fosse più compatto e compiuto, più felice. Detto con tutta la consapevolezza e l'apprezzamento per un film di fattura elaborata e di soluzioni visive (fotografia di Italo Petriccione) ricavate da situazioni difficili e contrarie: notte, pioggia. Salvatores ha assecondato l'ispiratore e collaboratore (Ammaniti firma anche il copione) aggiungendo la propria sensibilita a un incontro ravvicinato con le forme più estreme e pericolose, nocive per altro e autolesioniste, che può assumere un sentimento autentico. (...) A lasciare qualche dubbio e l'inevitabile curiosita verso i segreti di bottega: l'immaginare una composizione del cast entusiasmante ma anche sofferente. Potevano essere gli eccellenti, perfino perfezionisti Timi e Germano, ma potevano essere anche altri. Che avrebbero condotto i loro personaggi altrove, chissa con quale esito. Ottimo Fabio De Luigi nel suo ruolo laterale di assistente sociale." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 12 dicembre 2008) "Al di la dell'indubitabile abilita tecnica che permette a Salvatores (e al direttore della fotografia Italo Petriccione e al montatore Massimo Fiocchi) di costruire una scena lunga quasi mezz'ora tra il buio delle notte e il fango di un temporale senza che lo spettatore ne provi stanchezza, tutto sembra troppo significativo (e un po' prevedibile) per emozionare davvero. Proprio come la parentesi 'erotica' o quella 'sociologica', troppo programmaticamente cariche di significato perche lo spettatore in qualche modo non se le aspetti e non le metabolizzi velocemente. E questo nonostante l'impegno di tutto il cast, convincente soprattutto quando non sottolinea eccessivamente la solitudine e il dolore che affligge ogni personaggio. Così la scelta di adeguare completamente stile e narrazione a un codice realistico finisce per schiacciare tutto - la storia di un delitto di provincia, il ritratto di tre personaggi senza speranza, il quadro di una societa egoistica e violenta - sotto una cappa di disperazione e di sociologia dove tutto sembra preda di un male metafisico e indistinguibile, troppo apocalittico quando accenna a un mondo ostile e vendicativo o superficialmente assolutorio quando invece si chiude solo sul rapporto tra padre e figlio." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 12 dicembre 2008) "Perche gli uomini diventano cattivi? Il secondo film di Salvatores tratto da un libro di Niccolò Ammaniti sembra voler rispondere a questa domandina insieme immensa e infantile. Cosa e che rende gli uomini malvagi? Non e una domanda innocente. Implica che il male sia un processo, un'affezione, magari latente, qualcosa che non necessariamente nasce con noi ma può impadronirsi del nostro essere. E i protagonisti di 'Come Dio comanda', un padre, un figlio, un matto, sono proprio così. Malvagi e innocenti insieme. Meglio: indotti al male da una serie di circostanze che si chiamano disoccupazione, ignoranza, poverta, isolamento, paura. Tutte cose oggi familiari, e non solo nel Nordest. Il problema e che questa premessa, anziche restare "invisibile", salta agli occhi e stende su tutto, personaggi, paesaggi, eventi, una sottile patina che rende il Nordest di Salvatores astratto e scivoloso malgrado gli ottimi attori e la bella intuizione iniziale". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 dicembre 2008) "All'origine del nuovo film che Gabriele Salvatores ha diretto dopo quattro anni di silenzio c'e il romanzo 'Come Dio comanda' di Niccolò Ammaniti, asciugato, privato altri personaggi, condensato sull'essenziale rapporto padre-figlio e sulla rozza brutalita di certa gente del Nord. Filippo Timi e bravissimo nel personaggio del padre, i1 debuttante Alvaro Caleca impersona bene i1 figlio; Elio Germano, i1 matto, e poco sorvegliato, ogni tanto lezioso. Il film duro da a volte un'impressione di maniera nel ritratto dei personaggi maneschi e parafascisti: ma e costruito e realizzato benissimo, con una forza grande, appassionante". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 12 dicembre 2008) "Volessimo approcciarci al film 'come dio comanda', cioe come vuole la vulgata ufficiale, dovremmo raccontare la storia. Dire che si parla di un rapporto tra padre e figlio senza mamme e grembi materni in senso stretto, deformato dalla presenza di un terzo incomodo, un emarginato strambo, e da una sovrastruttura socio-culturale (ovviamente dagli autori non condivisa) fatta di un ancestrale razzismo e luoghi comuni sugli stranieri. In mezzo al bailamme di suggerimenti d'attualita, cronaca, quotidianita massmediatica salta fuori pure l'omicidio violento, per certi versi inevitabile. Salvatores prende questa materia pulsante e la trasfigura in un set come il Friuli, che deve però risultare luogo astratto e metaforico. Ci sono le lande desolate, le cave di pietra polverose, l'isolamento abitativo e fisico dei protagonisti. Poi il pathos monta o almeno si tenta questo sentiero. (...) Salvatores e regista della levata nobile anni '80 in cui l'intimismo trovava fragile e piacevole sbocco per testa e occhi su fughe e paturnie individuali. Oggi il rifugio di quegli assunti e il dolly, il plongee, il movimento di macchina da presa arioso, ben fatto, sostanzialmente di plastica. Soluzione che maschera la fatica comunicativa, la distanza interiore dalla materia trattata. Sappiamo che un giorno Salvatores ritornera a mostrarci qualcosa di sentito, viscerale, finalmente di nuovo suo. E noi saremo lì ad aspettarlo con piacere." (Davide Turrini, 'Liberazione', 12 dicembre 2008) "Se di Timi si sapeva che era bravo; se di Germano si e detto troppo che lo e e lui ha finito col crederlo, la rivelazione del film e l'esordiente quindicenne Alvaro Calca, che rende bene la solitudine della prima adolescenza e la disperazione di aver dubitato del padre." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 12 dicembre 2008) "'Come Dio comanda' e la versione tragica e post-industriale del divertissement intellettuale costruito da Agatha Christie in 'Assassinio sull'Orient-Express': c'e un omicidio e tutti sono colpevoli, non solo colui che l'ha materialmente eseguito. La colpevole e un'Italia che ha perso l'umanita, si e incarognita in un razzismo di ritorno che non dovrebbe esistere in un paese di ex emigranti, e accoglie ideologie d'accatto trasformandole in moralismi ripugnanti. In questa durezza, fa capolino nel finale - ma sarebbe delittuoso raccontarvi come - un barlume di speranza: e si pensa a un grande scrittore friulano, Pier Paolo Pasolini, che aprì il suo primo film 'Accattone' con il verso di Dante 'ttue ne pigli di costui l'eterno/per una lacrimuccia ... '. Sì, forse persino i neo-nazisti hanno un'anima. Filippo Timi ed Elio Germano gestiscono bene due personaggi molto sopra le righe, ma il migliore in campo e il giovanissimo, sorprendente Alvaro Caleca nella parte di Cristiano: perche il ragazzo ha una sua umanita ferita, più complessa di quella degli adulti, e Salvatores - assieme all'attore - la fa emergere in modo straziante." (Alberto Crespi, 'L'Unita', 12 dicembre 2008)

Copyright © Cinematografo 2009.



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