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Dalle note di regia: Un paio di anni fa ero in Giappone con mio figlio piccolo e sono rimasto molto colpito nel vedere nelle vetrine dei negozi molti giocattoli ispirati a Godzilla. Ho pensato che negli USA non c'er un equivalente e ho concepito la storia di 'Cloverfield'. "Sbilanciamoci. Tra qualche decennio si parlerà di un cinema 'prima' e 'dopo' Cloverfield. E' uno di quei film che segnano uno spartiacque. Non per quello che inventano, ma per come 'sistemano' cose che sono nell'aria, nella cultura, nello Zeitgeist - lo spirito del tempo - di un'epoca. 'Cloverfield' è nell'ordine: un film catastrofico, un film sulla sindrome post-11 settembre, una commedia di caratteri sui giovani yuppies globalizzati del XXI secolo, un finto home-movie - un film casalingo, 85 minuti che si immaginano ritrovati dentro una videocamera perduta su un campo di battaglia. 'Cloverfield' è 'Godzilla' più 'American Psyco' più 'Blair With Project'. E' un film che risolve in modo perfetto e definitivo uno dei grandi temi del cinema contemporaneo: la presenza, dentro i film, di immagini digitali, di riprese effettuate con videocamere portatili capaci di 'rubare' la realtà. E' il film che fonde il cinema-verità con la logica del reality, gli dà una cornice apocalittica e riesce a non fare impazzire la maionese. E' un film che sta al cinema di oggi come 'Sentieri selvaggi' stava al western o 'Cantando sotto la pioggia' al musical. E' un classico, in un'epoca in cui i classici sembravano finiti." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 1 febbraio 2007) "Il punto cruciale del film è proprio qui: credere che il meccanicamente voyeuristico che ha fatto la fortuna sui video dei computer di casa di You Tube possa essere meccanicamente riprodotto al cinema, dove invece l'identificazione tra spettatore e schermo scatta solo se esistono alcune condizioni precise. una delle quali è la leggibilità dei messaggi, la condivisibilità del quadro di riferimento. In 'Cloverfield' tutto questo non avviene: la frammentarietà delle riprese e del racconto agisce come una specie di incontrollabile 'reset' che rompe la tensione e disturba la visione, azzarando ogni volta il legame primario tra spettatore, schermo e sala buia su cui è costruito il meccanismo di fascinazione e di identificazione del cinema. (...) Atro discorso sarà il consumo televisivo (...) Certo è che al cinema la superficialità della sceneggiatura e la sfarinatura della tensione finiscono per rendere un pessimo servizio all'idea che i nuovi percorsi della paura debbano passare di qui." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 1 febbraio 2008)
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