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Di Al Pacino, in questo che per un terzo potrebbe essere un film di Rosi tipo Cadaveri eccellenti e per gli altri due terzi è il solito action movie di malavita metropolitana, si può dire che il protagonista è più grande dell'occasione che gli viene offerta. Del discorso sulla bara del bimbo ucciso, il grande attore fa un pezzo di bravura che ricorda l'orazione di Marc'Antonio sul cadavere di Cesare. Se Pacino si candidasse davvero a sindaco di New York, con quella faccia, quella parlantina e quella "menschkeit" indiscutibile, nonostante tutto chi gli negherebbe il voto? (Corriere della Sera, Tullio Kezich, 23/3/96) Il tema del film è interessante. Meno lo svolgimento che, dopo le iniziali scene d'azione, si disperde in conversazioni che dicono troppo, e insieme, niente. Eppure, in virtù della bravura di Al Pacino, quel sindaco immerso nel chiaroscuro ha una qualche concretezza. Inesistenti, al di là degli sforzi degli attori, il vicesindaco e la ragazza. Bene individuata la figura disegnata da Danny Aiello: il sindacalista Frank Anselmo così abituato ai compromessi da offrire una mano alla gente del quartiere in cerca di aiuto e l'altra ai mafiosi. Equilibrismo che, al cinema, non sempre rende: in City Hall il prode Anselmo non si salva da una brutta fine. (Avvenire, Francesco Bolzoni, 22/3/96) Scritto da quattro sceneggiatori, tra i quali Bo Goldman e Nicholas Pileggi, City Hall a tratti rientra nella tradizione del cinema liberal e ottimista classico americano, a tratti ha la forza del cinema di denuncia alla Rosi e l'incisiva epicità di certi personaggi di Coppola, ma prevale lo stile del thriller politico con sottofondo etico. E il limite del film sta in questi cambi di prospettiva e in questa incertezza di registro. Godetevi comunque i due pezzi di alta scuola recitativa di Al Pacino: il toccante discorso sulla bara del bambino ucciso e la confessione-lezione sull'ineluttabile corruzione che fa al giovane Kevin. (Il Mattino, Alberto Castellano, 3/4/96)
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