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Casino Royale Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-01-05 10:00:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Il testo completo sul numero di gennaio-febbraio della Rivista del Cinematografo Bond precario. Al servizio segreto di sua maestà a tempo non determinato. Ecco l’ultimo 007 tratto dall’omonimo romanzo del primo Ian Fleming con il nuovo, contestato, Daniel Craig. Più gelido che duro, più spartano di Connery e anni luce meno edonista di Moore e Brosnan (“Ordino la cena per due Mr. Bond?” “No, per una persona”; l’altra è una donna mozzafiato), irreperibile dai capi, triste e solitario. Al nuovo Bond sembra che non gliene freghi più niente di niente. Nell’inseguimento iniziale del più che pregevole Casino Royale, diretto dal sottovalutato Martin Campbell e sceneggiato da Neal Purvis, Robert Wade e Paul Haggis (buoni dialoghi), James Bond fa esplodere un’ambasciata e ammazza chi doveva solo catturare. Quando il capo M (Judi Dench, ancora divina: “Dio come mi manca la guerra fredda!”) si degna di incontrarlo dopo il disastro iniziale, ecco le parole gentili: “Ci sono molte persone che vogliono la sua testa e io sto considerando di dargliela”. E Bond? La guarda come dire: “Prego”. M capisce che anche quella macchina da guerra precaria ha un cuore che va rimesso in moto. Nuova missione: battere a poker un grande finanziatore del terrorismo internazionale con l’aiuto di una donna (la mordace Vesper Lynd), in collegamento con tutto lo staff di Londra (l’azienda è vicina a Bond) e al fianco di un nuovo amico (Felix Leiter della Cia, qui afroamericano molto simpatico). Ovviamente la partita di poker è solo un McGuffin alla Hitchcock. Ciò che conta in questo bel film di Campbell è l’emozione collegata all’azione del nuovo 007....

Copyright © Cinematografo 2007.

Scheda Film
Casinò Royale
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-02-01 15:00:23
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Trama

Casino Royale ripercorre i primi passi della carriera di James Bond. Nella sua prima missione da "007", Bond deve confrontarsi con Le Chiffre, banchiere delle organizzazioni terroristiche mondiali. Il piano di Bond per fermarlo e smantellare la rete terroristica a lui collegata, é quello di battere Le Chiffre in un torneo di poker milionario al Casino Royale. All'agente viene affiancata una bellissima burocrate del Tesoro, Vesper Lynd, incaricata di consegnargli la cifra da giocare e tenerlo d'occhio. La presenza della donna inizialmente infastidisce Bond che si troverà a lottare insieme a lei per sopravvivere agli attacchi sferrati da Le Chiffre e dai suoi scagnozzi. Quando si accende la passione tra i due, correranno ulteriori pericoli, affrontando esperienze che sconvolgeranno per sempre la vita di Bond.

Un nuovo Bond per le nuove generazioni

Torna 007, in una veste rinnovata dopo le stanche e tediose riproposizioni degli ultimi anni: al riuscito Goldeneye (diretto, guarda caso, proprio da Martin Campbell) sono infatti seguiti tre film scritti piuttosto miseramente, poveri d’idee e d’inventiva sia nell’intreccio che nelle sequenze d’azione.

Con l’abbandono di Pierce Brosnan si è dunque deciso per un brusco ma salutare cambiamento di tono. Niente più gadget ipertecnologici, niente più estetica da videogioco, ed un nuovo Bond che desse una nuova impronta e nuovo vigore al personaggio: Daniel Craig, volto rude e muscoli guizzanti, è uno 007 più duro, introverso ed inesperto, ma forse anche per questo molto più umano. Commette degli errori, soffre, reprime ogni emozione e continua la propria battaglia stoicamente, anche di fronte alla perdita. Non è certo un caso che Casinò Royale sia tratto dal primo romanzo della serie, scritto da Ian Fleming nel 1953: l’intenzione degli sceneggiatori (fra cui Paul Haggis, a cui si devono “Crash” e gli script di “Million Dollar Baby” e “Flags of Our Fathers”) era quella di rifondare la mitologia bondiana con una sorta di prequel che raccontasse la prima avventura del personaggio. Da ciò consegue l’assenza di molti stereotipi che caratterizzavano le sue gesta (Q e Moneypenny su tutti), ed i fan potrebbero storcere il naso, ma il film ne guadagna in freschezza e risulta più godibile per i non appassionati. E in effetti, nonostante alcuni dialoghi involontariamente ridicoli, retaggio dei precedenti 007, Casinò Royale diverte e si lascia seguire per quasi due ore e mezza senza un attimo di tregua. Merito dell’azione genuina e indiavolata, girata interamente “dal vero”, merito di una storia più adulta rispetto al passato, collocata all’interno della situazione storica odierna: si cita l’undici settembre, si dà la caccia al banchiere dei “combattenti per la libertà”.

Il tutto poggia su un buon cast, fra cui si segnalano il villain Mikkelsen ed un divertito Giancarlo Giannini nel ruolo di Matis, mentre Eva Green e Caterina Murino sono certamente fascinose ma poco espressive, a tratti stereotipate (piccolo ruolo, inoltre, per uno spaesato Santamaria). Dominatore incontrastato è però Daniel Craig, che corre, salta, combatte con tutto ciò che gli capita fra le mani, subisce avvelenamenti e torture indicibili e ne viene fuori sporco e tumefatto come neanche John Maclane: uno 007 al passo coi tempi, ma non privo di classe se necessario.

Peccato che il film non sappia distinguersi dai precedenti nell’insopportabile product placement di alcuni marchi famosi, ormai una cattiva abitudine della serie.

Copyright © Spaziofilm.it 2007.

Scheda Film
Casino Royale
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-03-21 04:14:26
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Sulla scia del libro il regista Martin Campbell e i suoi sceneggiatori hanno rispettato la connotazione più realistica del personaggio, conferendogli alcune umane debolezze. Tuttavia per animare secondo i cliche spettacolari odierni una storia che si svolge in massima parte intorno a un tavolo da gioco hanno inventato un prologo pieno di acrobazie rocambolesche e scene di violenza, da cui si evince in che modo James si e conquistato sul campo le due 0 della licenza di uccidere. Ne e risultata una pellicola ibrida meta azione e meta no, ben confezionata, poco ironica e inutilmente plumbea che però ha entusiasmato critica e pubblico, assicurando uno stratosferico box office di oltre mezzo miliardo di dollari. Molto del merito va alla scelta del sesto 007, Daniel Craig, contestata dai bondologi puristi per via del colore biondo della capigliatura. Non avra una 'breve ciocca di capelli neri', ma per il resto il suo fisico e intonato al ritratto che ne fa Fleming: occhi grigio-azzurri, 'un po' ironici e interrogativi', 'una sottile cicatrice lungo la guancia destra' e un effetto 'vagamente piratesco'. Per di più e un bravo attore in un cast internazionale che mette insieme Eva Green, Mad Mikkelsen e Giancarlo Giannini." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 5 gennaio 2007) "Da quando Sean Connery ha abbandonato il ruolo dando il via a una lunga serie di sostituti, sceneggiatori e registi hanno fatto di tutto per mantenere giovane l'eroe più longevo partorito dalla Guerra Fredda. Così, film dopo film, l'agente 007 e stato sadico, ironico, acquatico, mediatico, cibernetico, perfino simil-pulp nel delirante 'La morte può attendere' (Tarantino darebbe un braccio per girare una puntata, peccato che non glielo permetteranno mai). Ma l'arrivo di Daniel Craig coincide con una variante del tutto inedita: un James Bond cerchiobottista. Non facciamo facile ironia, sia chiaro. Ispirato al primo romanzo di Ian Fleming (niente a che vedere col parodistico 'Casino Royale' del 1966 in cui accanto a David Niven e Orson Welles compariva anche un giovanissimo Woody Allen), il ventunesimo 007 mai realizzato e senz'altro il migliore da parecchi anni in qua. Se sceglie la via del cerchiobottismo e perche lo esigono i tempi, e per compensare il fisico squadrato e l'overdose di violenza muscolare esibita dal nuovo Bond, Daniel Craig, gli autori hanno impresso alle gesta dell'agente segreto una svolta romantica tanto inattesa quanto funzionante (menzione d'obbligo per Daniel Haggis, sceneggiatore di 'Million Dollar Baby' e regista di 'Crash', che da un tocco di classe al copione dei veterani Neal Purvis e Robert Wade). (...) Ma la sorpresa vera e la relazione che questa brutale macchina-per-uccidere sviluppa nel corso del film con la conturbante Eva Green, spedita al suo fianco dai servizi segreti un po' per aiutarlo e un po' per tenerlo d'occhio. (...) Il resto segue con solido mestiere un copione più noto, dalle immancabili schermaglie con Judi Dench alla trasferta in Montenegro (attenti al soave Giancarlo Giannini), dalla lunghissima partita a poker con l'imperturbabile trafficante d'armi Le Chiffre (il danese Mads Mikkelsen) fino alla scena fracassona all'aeroporto (impeccabile Claudio Santamaria). E se a Venezia l'acqua e decisamente troppo limpida anche per un film di 007, ci si stropiccia quasi gli occhi a vedere sul volto di Craig comparire sudore e segni di fatica. Insieme ai sentimenti, e contro lo strapotere della tecnologia, Bond stavolta recupera anche una sua fisicita. Non e poco." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero, ' 5 gennaio 2007) "'Casino Royale' non mi e piaciuto affatto, ma non pretendo che la mia parola valga quella dei 22 soloni di cui 'Variety' riporta l'unanime giudizio positivo. Da New York a Chicago e da Los Angeles a Londra, tre soli critici dissenzienti: due perplessi e uno contrario, il collega dell'Independent al quale invio un solidale saluto. Nel rispetto dell'opinione di tutti, ho l'impressione che i lodatori del film non si sono preoccupati di dare un'occhiata al romanzo originario, quello che nel '53 lanciò James Bond. (...) Pur spregiudicato, gourmet e gran puttaniere, questo Bond delle origini ha ben poco del Superuomo, tanto e vulnerabile, problematico e sentimentale; e pensare che all'epoca lo definirono amoral hero.(...) Il regista neozelandese Martin Campbell ce la mette tutta per trasformare il poker in una scena madre, ma come sanno i teatranti alle prese con la 'meneghela' del goldoniano 'Una delle ultime sere di carnevale' la messinscena di una partita a carte e sempre una faccenda a rischio. Ciò che segue va a conferma del detto 'fortunato al gioco, sfortunato in amore', con Bond che ne sopporta di tutti i colori: una droga propinata gli provoca un attacco cardiaco, un bel po' di frustate sui genitali rischiano di compromettere la sua virilita e un palazzo sul Canal Grande gli crolla sotto gli occhi in sincrono con la fine del sogno d'amore. Più che allo snobismo di Fleming, lo scioglimento del rapporto con Vesper fa pensare alla misoginia di Mike Spillane. Ormai lontano anni luce dalla dignitosa matrice letteraria, James Bond ha perso ogni speranza di somigliare a se stesso. Se potesse vederlo in 'Casino Royale', il suo inventore si sentirebbe come papa Geppetto quando Pinocchio scappa via sulle sue gambe." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 5 gennaio 2007) "Preceduto da una campagna promozionale all'altezza, 'Casino Royale' segna il trionfale ritorno di un must cinemaniaco e tanto basta. Solo, però, sul piano (sia pure rilevante) della mitografia, perche dal nostro punto di vista alla prova dei fatti il film di Martin Campbell non riaccende affatto l'immaginario dei nostalgici. Succede che le componenti di novita finiscono con il diventare dei veri e propri handicap.(...) Purtroppo il biondo Daniel Craig, nel tentativo (forse) riuscito di coincidere con la matrice romanzesca, si esibisce in uno show di arrogante e ruvida piattezza espressiva, seppellendo sotto l'overdose muscolare le poliedriche sfumature - a cominciare dall'indispensabile autoironia - che costituivano l'arma segreta del monumentale Sean Connery e persino del flautato Roger Moore. Inoltre, il principio fondativo della saga 'Bigger and Better', come dire 'più grande e meglio e', risulta all'alba dei Duemila prassi corrente per qualsiasi action-movie e il prezioso sigillo bondiano si disperde tra le solite cascate di fragori e zuffe in stile videogame. Dopo 'Matrix', 'Die Hard', 'Mission Impossible', per non parlare della valanga hongkonghese, e impensabile calarsi nelle imprese di questo Bond che sembra un hooligan con quel surplus di beffardo disincanto che era un po' il marchio di fabbrica dei registi classici alla Terence Young e un po' l'eco della forma mentis anarchica di destra di Fleming. (...) C'e il tempo d'annotare una sequenza di notevole impatto quando un intero palazzo sul Canal Grande si accartoccia su se stesso, ma al the end i fans puri e duri possono consolarsi solo ritornando alla loro collezione in Dvd." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 6 gennaio 2007)

Copyright © Cinematografo 2009.



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