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"Tutti i personaggi della storia sono studiati in profondita, sia per le stupende interpretazioni degli attori, specie Emma Thompson (Margaret), Anthony Hopkins (Henry Wilcox) e Vanessa Redgrave (Ruth), sia per le finezze della sceneggiatura, opera della preziosa Ruth Prawer Jhabvala. Fotografia, ambientazione e costumi contribuiscono alla raffinatezza dell'opera." ('Segnalazioni Cinematografiche', vol. 115) "Hanno fatto benissimo a premiare, con l' Oscar destinato alla migliore attrice, Emma Thompson. Hanno fatto benissimo a premiare con lei il gran film classico di James Ivory, tratto da uno dei romanzi meno belli e più spietati di Edward Morgan Foster. Il film e forse il migliore realizzato in trent'anni di lavoro comune daL regista americano Ivory, dal produttore indiano Ismail Merchant, dalla sceneggiatrice tedesca Ruth Prawer Jhabvala. (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 30 ottobre 1992) "Più complesso e ambizioso dei due altri Forster adattati da Ivory, recitato da un gruppo di interpreti magnifici, Casa Howard, al di la della sua riuscita, rischia di suscitare una certa assuefazione. Tanta fedelta a un autore può sfociare in monotonia, tanta accuratezza nell'ambientazione può degenerare in maniera e in un cinema paradossalmente medio, senza rischi, colto ed elegante ma fuori dal tempo. Il film e in questo senso esemplare. Chi ama Ivory lo vedra come il completamento di una trilogia. Chi non lo sopporta lo considerera il facile ritorno ad un genere che e garanzia di successo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 ottobre 1992) "Un bellissimo film, dove risultano evidenziate le linee portanti della complessa vicenda attraverso un sapiente lavoro di condensazione drammaturgica, immergendo i personaggi in un'ambientazione sontuosa ed eloquente che richiama lo stile di Luchino Visconti." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera' 31 ottobre 1992) "Ivory e specialista della trascrizione puntuale, del costume accurato e delle significative conversazioni in campo-controcampo, ma gli fanno, ahime, difetto l'ampio gesto viscontiano, il pathos visionario, la deviazione inquietante, persino una comprensione meno di prammatica del testo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 novembre 1992)
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