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Christopher Hampton ha cominciato a occuparsi di "Carrington" dal 1976, quando la Warner gli ha affidato il compito di scrivere la sceneggiatura. Il progetto, completato in dodici mesi, rimase nel cassetto fino al '93, quando la regia fu affidata a Mike Newell. Ma il trasferimento di questi a Hollywood "costringe" Hampton a debuttare dietro la macchina da presa. (n.d r:)
"Un costante ricamo psicologico, molta finezza nel dosare i passaggi narrativi, una sottile attenzione al dipanarsi di quegli atteggiamenti ora amorosi ora solo affettivi che finiscono per costituire il vero succo dell'intreccio, con una straordinaria capacità di ricreare i caratteri dei due protagonosti anche con dettagli minimi, tutti però con colori e sapori di effetto, molto meditati. Attorno l'Inghilterra fra il venti e il trenta, mostrata quasi di sfuggita, ma concreta, con il suo stile giusto, i suoi gusti. Completa una così abile ricerca di perfezione in ogni campo l'interpretazione dei due protagonisti: Emma Thompson, come Carrington, è solo tensioni, baldanze e poi fondi sconforti, Jonathan Price come Lytton sa essere frivolo e snob senza un eccesso, prudente nei gesti. Un duetto "letterario" che diventa puro cinema." (Il Tempo, Gian Luigi Rondi, 21/9/95)
"Poche volte si è visto un film entrare in punta di piedi e con perfetta sintonia nella vita di una coppia; e qui bisogna dire che il gioco vale la candela in quanto Gilles e Dora attraversano gli anni Venti con l'ardimento di due sperimentatori di una nuova morale allora tutta da inventare." (Corriere della Sera, Tullio Kezich, 3/9/95)
"Quasi un bellissimo film, registravo da Cannes: "quasi" perché la media delle sue singole qualità è più alta del giudizio che se ne può dare complessivamente. Forse, a fare difetto è proprio il personaggio di Dora Carrington, che resta elusivo almeno fino al momento della sua morte." (La Repubblica, Irene Bignardi, 13/9/95)
"Siamo, come si sarà capito, nei paraggi di Ivory, ma in Hampton c'è una concisa energia drammaturgica che gli dà una marcia in più. Lo si sente specialmente nel modo con cui stacca, passa e va nei momenti forti dell'azione e del dialogo. Da affissione la battuta di Strachey morente: "Se è questa la morte, devo dire che non è un granché". (Il Giorno, Morando Morandini, 13/9/95)
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