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Capitalism: a Love Story Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-10-29 14:55:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Forse, il miglior Michael Moore di sempre. Ovvio, un tanto al chilo, perché il suo cinema continua a doversi pesare sulla bilancia: quantità, più che qualità. E Capitalism pesa assai: omnicomprensivo, arrabbiato, affabulatore e, qui e là, geniale. Non solo, è la consacrazione di un "non regista", ovvero uno straordinario performer, comunicatore di razza, ad alto tasso di faziosità, che qui tuttavia sparando contro la Croce Rossa - la truffa finanziaria - pare relegata nel fuoricampo. Ancora più importante, la sofferenza in presa diretta è meno invasiva, più dignitosa del solito, quasi che di fronte alla rapina a mano armata del Sistema nemmeno le lacrime servissero. La partita, insomma, è già vinta, ma Moore fa ugualmente di tutto per non perderla: sotto il suo fuoco, tra umorismo, sarcasmo e "santa" cattiveria (pure la Chiesa è dalla sua parte contro l'abominio capitalistico), cadono in tanti, dall'immancabile Bush alle tante aziende che lucrano assicurativamente sulla vita, ovvero la morte, dei dipendenti di fascia bassa (Dead Peasants), fino al nemico pubblico numero 1, la banca d'affari Goldman Sachs, che, Moore dixit, sarebbe stata pure la prima finanziatrice di Obama. Tra repertorio e archivio, passa dalla Luna a Roosevelt, dai subprime ai derivati - con sequenze esilaranti di economisti babbei -, dagli scioperi in fabbrica alle case sequestrate dalle banche, per una cronologia critica della crisi: poco creativa, forse, sicuramente utile. Due esempi per difetti e pregi: ottusa e sciovinista l'asserzione che la nostra Costituzione, e non solo, sia così civilmente illuminata perché output diretto, alla fine della Guerra, dei collaboratori di Roosevelt, che non fosse morto avrebbe dotato pure gli Usa di "analoga" carta dei diritti; straordinaria, viceversa, la conclusione, con Moore a delimitare con il nastro giallo la Crime Scene finanziaria: Wall Street, Goldman, vorrebbe arrestarli da privato cittadino. A confermare la sua natura: piccolo regista, grande artista performativo.

Copyright © Cinematografo 2009.

Scheda Film
Capitalism: a Love Story
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-10-30 04:11:06
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Un conto e leggere dei numeri, un conto e vedere le facce sperdute, incredule, delle vittime di questo disastro, come ce le mostra con rabbia dolorosa e gentile ironia, l'atteso documentario di Michael Moore, 'Capitalism: A Love Story', che in due ore esilaranti e angosciose ci da anche una breve lezione di come gli Stati Uniti abbiano costruito una sapiente propaganda sin dagli anni '50, l'epoca d'oro del paradiso americano, per convincere il popolo che il capitalismo conta più della democrazia." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 06 settembre 2009) "Moore e un buon documentarista cinematografico. Non ci vuole molto, oggi, negli Stati Uniti e altrove, per esserlo, con le tv che distolgono l'attenzione del pubblico da ciò che conta. Vedere il suo film alla Mostra fara pensare alle anime belle che il sistema possa arginare i suoi difetti, permettendo che li si denunci con una certa eco. Ma diceva Solgenitsin: 'Si può dire tutto? Ma solo perche ormai non serve a niente'." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 06 settembre 2009) "Morale: il 99 % degli abitanti Usa ha sempre di meno, l'1 % ha sempre di più. Però l'America e anche il paese in cui un Michael Moore può progettare, realizzare e domani far uscire un film come questo. Difficile immaginare qualcosa di così esplicito e aggressivo in Europa e soprattutto in Italia, almeno di questi tempi. Il tono sara colorito, le argomentazioni semplificatorie ('Dovevo farmi capire dalla massa degli americani, che non sanno nemmeno dove siano l'Iraq o l'Italia sulla cartina'). Ma di film così vorremmo vederne di più. Finche ci saranno cinema per programmarli." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 07 settembre 2009) "Non dite a Citto Maselli che negli Usa stanno facendo la rivoluzione senza di lui."(Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 08 settembre 2009) "'Capitalism: A Love Story' non e un film riuscito. Anzi, rispetto alla notoria verve del discusso incursore con la macchina da presa Michael Moore, segna quasi uno scacco: confusionario, slegato, approssimativo, il documentario inteso a denunciare le malefatte del potere finanziario americano sconta soprattutto la sua ciclopica ingenuita. Che pure definiamo, senza temere il paradosso, americana al cento per cento. Si potrebbe, infatti, tirare in ballo l'abitudine del corpulento Michael di manipolare a piacimento gli spezzoni di filmati preesistenti, i dati statistici o le interviste condotte in prima persona a mò di marchio di fabbrica; ma non e questo il punto: l'approccio alla scottante materia - si badi bene giustificatissimo - e risultato troppo complesso, intricato e contraddittorio per il suo limitato talento analitico. Il difettaccio che salta subito agli occhi, per esempio, e che il film procede per oltre due terzi saltabeccando qua e la, inseguendo riferimenti inessenziali, debordando in qualche bonaria tirata demagogica e qualche scoop in stile «tv del dolore» prima di arrivare al nocciolo del tema prefissato." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 07 settembre 2009). "Il nuovo lavoro di Michael Moore 'Capitalism: A Love Story' e interessantissimo. Di stupido c'e soltanto il titolo: il film tenta senza superficialita ne battutismo, pacatamente, di informare gli spettatori sui precedenti storici della crisi globale, sulle sue ragioni, sulle forme presenti assunte. La crisi preceduta da infinite crisi minori, dice Moore, ha le sue radici nel capitalismo stesso: in quella minima percentuale che possiede la ricchezza nazionale mentre la grande maggioranza possiede soltanto debiti; nelle leggi e regole studiate a favore dell'elite e contro il popolo; negli andamenti della Borsa, folle casino. Il film prodotto dalla societa 'Cane Mangia Cane' comincia con un compunto annunciatore che avvisa di tener lontani i bambini e le persone impressionabili; finisce con la speranzosa vittoria politica del presidente Obama; si nutre di esempi minuziosi ed efficaci, con i lavoratori disoccupati ridotti alla disperazione e i lavoratori occupati costretti a un secondo lavoro (cameriere di bar, a esempio) perche troppo sottopagati." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 07 settembre 2009) "Con 'Capitalism: A Love Story', dopo vent'anni di film sulle contraddizioni della societa e della cultura americana, Moore cerca di farsi un'idea del sistema e dei suoi errori davanti alla bancarotta nazionale. In apertura, un montaggio parallelo confronta la decadenza dell'eta romana di bighe, vestali e lussureggianti ozi con l'inarrestabile cumulo di ricchezza e potere della elite finanziaria e politica, mentre una panoramica dall'elicottero delle case di New Orleans sommerse dall'uragano Katrina chiude il film con un titolo: 'America oggi'. Come sempre un po' apocalittico e segnato dalla demagogia come scelta cosciente di figura retorica, Moore ci porta a spasso per due ore nelle 'cose incredibili' che, forse, qui in Europa non succedono. Per ora, almeno." (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 07 settembre 2009) "Moore, questa volta lavora in maniera differente. Conscio che l' argomento scelto non sia dei più accattivanti - smontare il mito del capitalismo che nemmeno la recente crisi sembra aver incrinato - si muove su due piani: da una parte fa «controinformazione» rivelando azioni e comportamenti poco noti, dall' altra attacca con le armi dell' ironia e del sarcasmo gli eccessi più macroscopici della finanza. Senza dimenticare di mostrare anche qualche storia a lieto fine, come l'occupazione di una fabbrica di porte e finestre dove gli operai hanno ottenuto la solidarieta di Obama ma anche i soldi che spettavano loro. Rispetto ai film passati c'e un uso più acuto dell'ironia e un populismo più ruspante ma anche più efficace. Come quando si presenta alle banche con un sacchetto per riavere, a nome dei contribuenti, i milioni di dollari elargiti da Bush in modi poco chiari. Oppure quando circonda la Borsa con il nastro giallo che serve alla polizia per delimitare i luoghi dei crimini. E l'utilizzo dello spezzone in cui Roosevelt, dalla Casa Bianca, spiega agli americani il suo ideale di societa democratica e un vero colpo da maestro del cinema di montaggio. E un promemoria non scontato a chi continua a confondere capitalismo e democrazia." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 07 settembre 2009)

Copyright © Cinematografo 2009.



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