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Ritrovare Moretti al cinema in qualsiasi veste è per me qualcosa di simile al ritrovamento di un volto, una voce, unintelligenza amica. Perché tale è il curioso rapporto che mi lega a questautore, mai conosciuto di persona, sia per il dato generazionale che per averlo seguito con interesse immutato dal primo film in super-8.
E ora il film. E una delle rare volte nellinfausto e difficile raffronto tra opera letteraria e cinematografica, che vincente sarebbe questultima: Caos calmo, Bompiani, di Sandro Veronesi. Infatti alcune lungaggini, le quali niente tolgono o aggiungono al senso del libro, rendendolo spesso noioso, nel film scompaiono. Grazie ad una sceneggiatura a tre mani, tra cui lo stesso Moretti, è venuto fuori un discorso sintetico, dinamico, di buon ritmo, nonostante la staticità dei luoghi in cui lazione si svolge (panchina, giardino, scuola). Inoltre il film italiano possiede la capacità, rara nella nostra filmografia, di porre un problema valido un po per tutti, specialmente per coloro che vivono in occidente. Si tratta della necessità di concedersi pause dal lavoro, dallinseguimento del denaro e del successo, dallansia dellarrivismo per guardarci dentro e attorno, poichè spesso si scopre di essere diventati estranei a noi stessi e agli altri. Qualche volta è la vita, nella sua natura caotica, a buttarci tra i piedi un evento, un dolore, che drammaticamente ci impone di fermarci e riflettere. Questo accade al protagonista del film. In apertura di narrazione, come nel libro, la morte si avvicina in maniera duplice a Pietro Paladini (Nanni Moretti), perché salva una sconosciuta dallannegamento, mentre a pochi chilometri sua moglie muore dimprovviso. Così nellesistenza delluomo tutto si ribalta; la corsa alla carriera e ai giochi di potere diventano irrilevanti, in quanto bisogna fare i conti con il lutto. Come in La stanza del figlio, Moretti , pur con qualche suo vezzo invincibile in un carattere così, si apre davvero al personaggio, si cala in esso e ci convince, facendo diventare quasi normale la decisione simbolica di non tornare al lavoro. Pietro infatti trasferisce la propria vita sulla panchina del piccolo parco antistante la scuola della figlia. E se il grosso del racconto e del dialogo si svolge tra due diversi modi di chiudersi per proteggersi dal dolore (quello del padre e quello della bambina), tanti altri incontri costellano le giornate diverse di Pietro. Lì nel parco gli altri quasi cercano da lui conforto e sfogo: dalla cognata Marta, insicura e un po schizzata (Valeria Golino) ai suoi colleghi in carriera (bravo come al solito un nevrotico Silvio Orlando) fino al diversissimo ma cromosomicamente affine fratello (Alessandro Gassman, un po eccessivo nel ruolo). Ad amici e parenti si aggiungono anche sconosciuti che il manager (pentito) scopre solo in quella nuova situazione, come il giovane handicappato con cui scambia ad ogni incontro un piccolo rituale che li avvicina. Lentamente si scioglie anche il disagio per non sentire o meglio non riuscire a confessare a se stesso tutta quella sofferenza che la gente si aspetta da lui.
La conclusione del film, che segue con intelligente linearità la trama del romanzo, risulta secondo me ambigua. Il ritorno alla normalità che la figlia richiede a Pietro sarà un ritorno al caos, solo con un po più di calma, o un ritorno consapevole che porterà a un diverso modo di agire? Della famosa scena erotica non val la pena neanche parlare, perché è solo un normale particolare della vicenda esistenziale; in questo caso un moneto di egoistica liberazione per entrambi né più né meno osèe di tante scene già viste.
Il cast funziona, ma la regia non ha punte alte o originali; uscendo limpressione è comunque quella di aver visto un buon lavoro, nel quale si parla con la giusta sensibilità di smarrimenti ed ansie spesso inespresse, nonché della necessità di perdere del tempo per conoscere più a fondo chi ci vive a fianco.
2 di 2 utenti hanno giudicato questa recensione utile.