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Breach - l'Infiltrato Recensione

"Breach - l'Infiltrato" recensioni

Film
Breach - l'Infiltrato
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-06-02 04:01:10
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Certo, anche se la conclusione la si conosce dall'inizio, ci sono ansie e tensioni, non però alla maniera solita dei film sulle spie perché la vicenda procede soprattutto attraverso l'analisi dei caratteri principali e poi del rapporto sempre sospeso fra loro. Di Hanssen, dandoci un curioso ritratto di praticante bigotto, però anche dedito a deviazioni sessuali con connivenza della moglie, del suo assistente, Eric O'Neill, mettendo soprattutto in evidenza i suoi buoni costumi, le difficoltà con una brava mogliettina cui deve tener tutto nascosto e, alla fine, nonostante sia riuscito nel suo intento, il suo abbandono di una carriera pur promettente ma in cui, la sua sensibilità, l'aveva messo a contatto con eccessive brutture. Un confronto psicologico, perciò, che, a tratti, sembra perfino tentare le vie dell'intimismo, con la possibilità di evocarvi in mezzo due figure davvero costruite e analizzate a tutto tondo, anche se, al momento di concludere, trattandosi di personaggi che, nella realtà, sono anche persone con nomi e cognomi non taciuti, (...) Il consenso a questo confronto, lasciato prevalere anche tra le pieghe di un'azione in più momenti necessariamente affannosa, lo si ottiene anche per merito dell'interpretazione, curata in ogni dettaglio fin nelle più riposte sfumature. Hanssen è Chris Cooper che si ricorderà ne 'Il ladro di orchidee' di Spik Jonze: una grinta dura, con risvolti però sempre ambigui e quasi viscidi, in cifre abilmente contraddittorie. O'Neill, il suo antagonista, è Ryan Phillippe (apparso di recente in 'Flags of Our Fathers'). Non ha nessun carisma, ma le sue crisi sa esprimerle." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 16 maggio 2007) "Fra toni di colore neutri e recitazione intonata all'understatement, Ray costruisce un film di pura suspense psicologica, dove piccoli eventi acquistano un rilievo decisivo. Risultato non banale. Anche se esci dal cinema con la voglia di saperne di più sul tipo di informazioni che Hanssen vendette per un quarto di secolo alla Russia, sovietica e postcomunista." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 18 maggio 2007) "'Breach' è una delle più intriganti spy-story degli ultimi anni. Una vicenda vera tratta dagli archivi dell'Fbi, senza retorica patriottica, dallo stile asciutto, surrogato da una sceneggiatura infallibile, dove nessuna parola è sprecata, nessun elemento superfluo, compreso un mr. Guffey, invenzione di Hitchcock per definire situazioni che hanno lo scopo di depistare lo spettatore, in questo caso la moglie di Eric, una tedesca dell'Est. Conta poco che il colpevole sconti oggi l'ergastolo, ai coniugi Rosenberg andò assai peggio, quanto lo sviluppo del racconto, che il regista Billy Ray dirige con mano ferma, prosciugandolo dalla liturgia delle spy-story, riconducendoci più nelle atmosfere di 'Operazione Cicero' piuttosto che nelle smargiassate alla 007, evitando cioè le pistolettate superflue, le penombre, i colpi di scena, mantenendo sapientemente il clima realistico che sembra giovare ai momenti più palpitanti." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 18 maggio 2007) "'Breach - L'infiltrato' di Billy Ray è un film molto interessante. (...) L'inganno è più profondo ma anche meno divertente o meno accorato; le contraddizioni del protagonista sono laceranti eppure logiche. La coppia di protagonisti è molto brava, e ragionevolmente antipatica."(Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 maggio 2007) "Privilegiando le dinamiche relazionali all'azione, il regista sviluppa la narrazione concentrandola sul rapporto tra i due protagonisti. Il risultato è apprezzabile, anche se paga il prezzo di una trama talvolta prevedibile. Molto si deve all'ennesima, intensa recitazione di Chris Cooper, che disegna con maestria il tormentato personaggio di Hanssen con profondità, facendone trasparire i lati oscuri, le contraddizioni, la sospettosità al limite della paranoia. Meno riuscito il ruolo di O'Neill, non tanto per la prova del giovane Ryan Philippe, quanto per la storia stessa, costretta per forza di cose a poggiare su un personaggio più debole dal punto di vista narrativo. Anche per questo la lotta tra i due uomini sembra impari, tanto che O'Neill ad un certo punto finisce per non credere alle accuse mosse ad Hanssen, la cui dissimulazione è pari alla sua autostima sul lavoro (lavoro a suo parere mai adeguatamente valorizzato). Frustrazione, voglia di giocare al limite, denaro? Alla fine l'unico aspetto oscuro resta la vera motivazione del tradimento." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 26 maggio 2007)

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