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Trama
Borat Sagdiyev, celebre giornalista del Kazakistan, è stato inviato negli Stati Uniti per realizzare un documentario sull'american way of life. Durante la sua permanenza negli States Borat conosce, attraverso lo schermo televisivo, la sex symbol Pamela Anderson, di cui si innamora. A quel punto la sua professionalità e l'interesse per il proprio lavoro verranno decisamente trascurati...
Commento
Mockumentary (falso documentario) diretto da Larry Charles e interpretato dallo sconosciuto (nel nostro paese) Sacha Baron Cohen, è un dissacrante studio sociologico sulle differenze che intercorrono tra gli U.S.A. e lo Stato del Kazakistan. Mescola staticità di pensiero con eccessive libertà delle due bandiere adottando un umorismo nero, evidenziando una comicità estremamente volgare e talvolta fine a se stessa. La regia, per mantenersi in linea con la natura burlesca del film, preferisce soffermarsi sulle gag causando una staticità d'inquadratura simil televisiva. Gli sketch altamente offensivi non tengono conto di nessun moralismo ecumenico, presentandosi nudi e crudi agli occhi dello spettatore italiano, di certo poco abituato ad una satira così diretta e anticonformista.
Sacha Baron Cohen, quale protagonista e ideatore del personaggio di Borat, è un noto comico-trasformista inglese, famoso per i suoi divertenti siparietti televisivi che elargisce sagacemente nel suo show, trasmesso in patria da Channel Four e negli States da HBO. Non ha riserve di alcun tipo, neppure se per svariati minuti deve metter su una sceneggiata priva di senso solo per il gusto di apparire completamente nudo davanti alla telecamera. Talvolta simile alle comiche mute di Chaplin -molte delle gag si fondano sulla gestualità del protagonista più che sulle battute-, se ne discosta per evidenti differenze d'indirizzo. Se per Chaplin il messaggio al quale ambiva era fondamentalmente racchiuso nel cerchio delle emozioni, a Cohen non riesce neppur far divertire. Privato del rinomato e raffinato sense of humour di stampo anglosassone, accusa le differenze di genere attraverso un profilo dai tratti quasi pirandelliani, ovvero ciascuno dei presenti si mostra caricatura di se stesso con indosso maschere di comodo. Ciò gli permette di andare oltre qualsiasi barriera etica, libertà che in un primo momento va senz'altro a suo vantaggio per poi iniziare di netto una discesa sempre più imbarazzante, scadendo di fatto nella finta originalità sulla base di situazioni altamente stereotipate. Un continuo non-sense di sberleffi e sgrammaticate frasette a condire un impianto narrativo davvero deludente. Conforme al suo archetipo di divertimento, l'autore confeziona una comicità per nulla intelligente, scorretta e di certo privata dello stile deliziosamente incline all'ambiente inglese.
Può insomma un prodotto dall'umorismo di bassa lega diventare oggi fenomeno di costume?
Borat ci insegna che tutto è possibile...
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"Ai festival solitamente non è prevista la risata sgangherata e irrefrenabile, considerata sconveniente se non addirittura dissoluta: al massimo un sorriso, se però provvisto di agganci dotti. Mai infatti anche il più spregiudicato degli organizzatori inviterebbe oggi un film di Natale, genere fratelli Vanzina o Neri Parenti, scurrile e infantile, coprofilo e borgheziano: e neppure un film derivato da 'Scherzi a parte' o 'Le jene'. Eppure 'Borat', sottotitolo 'Lezioni di cultura americana a favore della gloriosa nazione del Kazakistan' era al festival di Toronto ed era l'evento più atteso della festa del cinema: sia là che qua ha avuto un successo grandioso, con buona parte del pubblico piegato in due dalle risate, con un po' di vergogna." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 21 ottobre 2006) "A scriverlo può sembrare goliardico e ovvio, a vederlo è irresistibile perché oltre al finto reporter Borat sullo schermo ci sono gli americani veri e le loro reazioni, spesso ancora più dementi e insultanti. Il trucco consisterebbe nel far firmare alle persone coinvolte la liberatoria prima di girare, con la scusa dell'intervista. Non metteremmo la mano sul fuoco sull'autenticità di ogni singola scena, ma se quelle facce e quelle reazioni non fossero davvero rubate, questo 'Borat' diretto da Larry Charles sarebbe opera di un grande regista capace di ottenere risultati incredibili da attori non professionisti. Cosa ancora più difficile da credere. Comunque sia, dopo aver sbertucciato a dovere nel prologo un Kazakistan immaginario popolato di zoticoni, prostitute, stupratori e antisemiti (immaginario ma capace di far infuriare i veri kazaki, e possiamo capirli), Borat agisce come un rivelatore della stupidità e del razzismo nascosti come un automatismo sotto la pelle della gente comune. (...) Vale la pena ricordare che Cohen non solo è ebreo ma è un ebreo ortodosso nonché un attivo militante contro l'antisemitismo. Non tutti ci credono se un'esigua minoranza di integralisti ha condannato senza appello il suo umorismo oltraggioso. Ma intanto lui ha cambiato le regole del comico nel modo più radicale possibile. Abolendole." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 ottobre 2006) "Accertato che il regista Larry Charles non conta assolutamente nulla, questa specie di pamphlet contro tutto e tutti squaderna la propria animaccia ribalda teorizzando la lotta senza quartiere contro ogni fondamentalismo (femminista, ebreo, cristiano, nero, gay, gitano, animalista ecc.). Il comportamento pecoreccio del protagonista vuole in questo modo far emergere le ipocrisie, i pregiudizi e la marea di sentimenti inverecondi radicati nei contemporanei: il suo inglese grottesco, la sua rozzezza animalesca, il suo disprezzo verso ogni maggioranza e ogni minoranza dovrebbero solleticare non solo il lato oscuro delle società occidentali e orientali, ma anche le facciate zelantemente verniciate col 'politicamente corretto'. L'effetto non è gradevole, ma sicuramente delirante, tanto da far sembrare Michael Moore un compunto scolaretto: anche perché l'autore-attore, che nel film deambula portandosi appresso un sacchetto di cacca e la foto che documenta le misure oversize del pisello del figlio, si rivolge alla stampa (s)ragionando come il suo personaggio. (...) Mentre i festivalieri applaudono, sia pure un po' vergognandosene, i ministri del vero Kazakhstan protestano. Forse perché le esternazioni del nostro non prevedono limiti: 'Noi non abbiamo gladiatori, cowboy o samurai, ma possiamo contare su zingari fenomenali. Con l'Inghilterra di Blair intratteniamo poi rapporti splendidi: tutti e due commerciamo fruttuosamente con l'uranio'. Nell'acme della parodia, si esibisce nudo in un incontro di wrestling/kamasutra con il suo lardoso produttore anch'esso senza veli: che si tratti di scellerata goliardia o di memorabile stracult, lo decideranno i connazionali spettatori convinti che il troppo non stroppia e disposti a restare in attesa sino al marzo del 2007, quando il film uscirà nelle nostre sale." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 21 ottobre 2006)
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