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La Terra Degli Uomini Rossi - Birdwatchers Recensione

"Birdwatchers - La terra degli uomini rossi" recensioni

Scheda Film
Birdwatchers - La terra degli uomini rossi
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-09-03 08:00:56
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Nulla sarà più come prima

Il suicidio di due giovani donne spinge Nádio (Ambrósio Vilhalva) e il suo popolo a rioccupare le loro terre natali, situate proprio al confine di una fazenda, gestita da una coppia (Leonardo Medeiros e Chiara Caselli) con la figlia Maria (la bellissima Fabiane Pereira da Silva). Tra frequenti invasioni quotidiane e la minaccia della fame, la piccola comunità Guarani è decisa a tenere testa ai fazendeiros della zona, ma il loro habitat è ormai contaminato per sempre…

La disperazione e il dolore di un popolo straziato

L'incredibile ondata di suicidi commessi dai giovani Guarani, spinge i capi di questi popoli, costretti ormai a vivere in riserve malgestite e a sopportare condizioni lavorative di semi-schiavitù, a riappropriarsi delle loro tekohà, le terre dove sono sepolti i loro antenati. Territori che molto spesso sono occupati da fazendeiros locali, coltivatori di canna da zucchero, commercio in forte espansione in un paese come il Brasile che ambisce a diventare il maggior produttore di bio-combustile del mondo, o anche semplici tenutari che portano avanti i loro affari, in cui rientra anche, spesso, il turismo di birdwatchers, gli osservatori di specie rare di uccelli presenti nel territorio del Mato Grosso do Sul, dove l'intera vicenda è ambientata. Manca di mordente quest'opera quarta di Bechis (regista di Garage Olimpo e Figli/Hijos) e non appassiona più di tanto lo spettatore, che resta un semplice testimone, avulso com'è da quello che dovrebbe essere un crescendo di suspense, e che si ritrova, senza averne piena coscienza, nel mezzo di una battaglia improvvisa e forzata. La storia di questo popolo, da quando venne invaso il loro territorio (infatti, i Guarani Kaiowà sono uno dei primi popoli venuti a contatto con gli Europei), non manca certo di respirare sofferenza e lotta, ma il risveglio dell'istinto primordiale di possesso della terra, adorata dai Guarani come una divinità, non è mostrato nel migliore dei modi. Si stringono i tempi e manca qualche passaggio, così tutto il grande lavoro di Bechis e dei suoi collaboratori nell'approcciarsi alla vita, alle abitudini (ormai forse traviate per sempre dalla modernità) e alla volontà di rivalsa di questo popolo, perde di forza e la messa in scena risulta troppo costruita. Qualche limite dato dall'inesperienza degli attori protagonisti, selezionati tra oltre 800 indigeni Guarani, viene comunque mascherato con bravura. La scelta di rovesciare lo schema visto in Mission di Roland Joffè (in cui i 'falsi” Guarani, allora interpretati dagli indigeni colombiani Waunana, facevano da sfondo alle vicende di Jeremy Irons e Robert De Niro) si rivela coraggiosa e azzeccata, lasciando gli attori professionisti bianchi, tra cui un buon Claudio Santamaria e una Chiara Caselli troppo sopra le righe, sullo sfondo a fare quasi da comparse. Tutto il lavoro laboratoriale con gli indigeni e la passione con cui Bechis insegna loro cosa vuol dire fare cinema, permette di portare a termine il lavoro, ma il film scorre senza proporre traccia di emozioni, se non nel finale: forse perché, nella loro stessa vita, gli indigeni recitano dei rituali comportamentali per scacciare Anguè, lo spirito maligno della foresta che si è impossessato dei suicidi negli ultimi istanti della loro vita, e non lasciano trasparire nessun sentimento, risultando addirittura cinici all'inverosimile di fronte ad un lutto importante. L'unico che trova il coraggio di piangere, rendendosi così vulnerabile nei confronti di Anguè, è il protagonista Osvaldo, apprendista sciamano, rappresentante vivente della fusione tra culture e dell'incertezza che ne consegue e che porta con sé solo una lunga scia di suicidi, solcando un punto di inesorabile non-ritorno.

Un plauso convinto per un'opera che tende più al documentario, con intenti informativi ben precisi, che vale la pena di vedere, ma armati di una buona dose di pazienza.

Copyright © Spaziofilm.it 2008.

Scheda Film
La Terra Degli Uomini Rossi - Birdwatchers
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-06-10 04:22:34
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Rigoroso, poetico, spettacolare, dedicato a un problema di attualita e al tema universale dell'identita minacciata, il film di Bechis e un candidato con pochi rivali al Leone d'oro. Per sostenerlo e attirare l'attenzione sul destino degli indios, a Venezia sono sbarcati i protagonisti, un piccolo gruppo di Guarani-Kaiowa. Facce cotte dal sole, sguardo fiammeggiante, orgoglio indomabile, interpretano se stessi con intensita da attori consumati. Ai professionisti Claudio Santamaria e Chiara Caselli, il regista ha riservato invece ruoli secondari e sgradevoli (lei e la moglie dello spietato fazendero, lui il guardiano con funzione di spaventa-indios) per sottolineare l'inversione di prospettiva rispetto a film come 'Fitzcaraldo' o 'Mission': la i nativi dell'Amazzonia restavano sullo sfondo delle storie dominate da Kinski, Irons, De Niro; qui in primo piano e la loro lotta per la sopravvivenza. Gia, perche Bechis di 'Garage Olimpo', il bel film sui desaparecidos argentini, questa volta parla di un popolo di sopravvissuti". (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 2 settembre 2008) "Quello che poteva essere un western alla Rocha o un melò alla De Santis diventa con Bechis la lente messa sopra un mondo dove le uniche vie di fuga sembrano il suicidio per disperazione o la rivolta senza futuro. Attento a evitare tutte le trappole del facile folclorismo o della piatta didattica, il film non rischia mai di assomigliare a un documentario ma scava dentro il dolore senza parole di un popolo che ha perso la sua identita. E che vuole ritrovare la propria dignita solo recuperando i legami 'viscerali' con la terra. Il film, che e interpretato da autentici Guarani-Kaiowa e che maschera perfettamente gli italiani Claudio Santamaria e Chiara Caselli tra gli attori brasiliani (nei ruoli di un guardiano e della guida turistica), non evita di mostrare la degradazione in cui gli indios sono scivolati, ma ne racconta anche la vitalita e il profondo spiritualismo, le furbizie quotidiane e gli inevitabili compromessi, trasformandosi in un grido di dolore disperato e lancinante, senza facili proclami ideologici ma che lascia nello spettatore il sentimento di aver assistito a una 'sacra rappresentazione' straziante e cupissima". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 2 settembre 2008) "Con 'Birdwatchers - La terra degli uomini rossi' il cinquantatreenne Marco Bechis tiene fede al proprio identikit di regista politicamente corretto, ma per fortuna non rinuncia a un progetto stilistico e a un'idea drammaturgica. Certo l'asse portante e di quelli che non consentono scappatoie allo spettatore, perche la denuncia delle terribili condizioni in cui versano le tribù superstiti degli indios brasiliani potrebbe commuovere anche le pietre, figuriamoci i festivalieri votati per principio alle nobili cause. Però i presupposti canonici si distendono in uno spettacolo a tutto tondo, soprattutto nella prima parte ricco di risonanze umane misteriose e contrappunti naturali intensi. (...) Finira male, ma intanto il contatto fra i due inconciliabili mondi e descritto da Bechis con mano sufficientemente sicura, tanto e vero che il film risulta più convincente quando tratteggia gli stupori, le curiosita, i piccoli gesti e le contorte attrazioni che i singoli personaggi sperimentano al di la di pregiudizi e convenzioni. Per di più vecchi e giovani attori color mattone non sembrano improvvisati e reggono benissimo il confronto con i professionisti venuti dall'Europa, tra cui faticano a farsi valere il perplesso guardiano Claudio Santamaria e la distratta fazendeira Chiara Caselli. Peccato che il fluido percorso narrativo sia disturbato da una musica invadente e fuori posto e che l'ultima parte si areni sulle secche di una prevedibile retorica: in luogo dell'atteso 'colpo di genio' stilistico si concreta, così, un buon film di sensibilita antropologica in cui i silenzi contano assai di più delle parole". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 settembre 2008) "Con 'Birdwatchers, la terra degli uomini rossi' Marco Bechis non inventa nulla, piuttosto trasforma in finzione una cronaca iniziata cinquecento anni fa, quando ebbe avvio il più grande genocidio della storia umana con la conquista dell'America. (...) Bechis, al contrario di quanto avvenuto in filmoni alla 'Mission', utilizza i guarany non come comparse di un film bianco, ma da veri protagonisti. Sono loro gli attori di 'Birdwatchers', loro che ci raccontano la storia di questo piccolo gruppo di indios che scappa dalla riserva e decide di tornare a vivere lì dove anni prima sono stati seppelliti i loro antenati. (...) 'Birdwatchers' non vincera probabilmente nessun premio. Troppo rigoroso - come e sempre nello stile del regista italo-cileno di 'Garage Olimpo' e 'Hijos' - e rigido per soddisfare pienamente i palati di pubblico e critici, compreso il nostro. Ma e comunque un film bello e pieno di meriti. Il suo premio lo ha gia vinto portando qui, nella terra della dimenticanza e del menefreghismo, l'altra faccia del pianeta. Questa manciata di indios che con tolleranza ci guardano in faccia e ci dicono che quello che noi consumiamo con somma indifferenza, lo abbiamo rubato anche a loro". (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 2 settembre 2008) "Bechis e in tutto e per tutto un regista politico, in questo agli antipodi del visionario Herzog. E quando vediamo lo sciamano novizio Osvaldo alle prese con lo spirito maligno Angue, quando sentiamo il suo grido finale di disperazione e di battaglia, intuiamo che qui l'azione magica non e l'accesso a un altro mondo o a quella che Herzog chiamerebbe 'verita estatica', ma un derisorio surrogato della rivalsa politica, in fin dei conti un segno d'impotenza". (Guido Vitiello, 'Il Riformista', 02 settembre 2008) "L'unico film recente al quale si può paragonare quello di Bechis e 'La foresta di smeraldo' di John Boorman. Ma Boorman aveva tenuto conto delle esigenze spettacolari, ponendo un europeo al centro e gli indios sullo sfondo. Bechis no, tenta la via di mezzo tra il film a soggetto e il documentario antropologico, dove i bianchi (fra i quali Chiara Caselli e Claudio Santamaria, doppiati) sono intrusi, più che persecutori, mentre i personaggi indios vivono un dramma più interiore che esteriore e talora s'impiccano per disagio esistenziale. Bechis non vuole far spettacolo di loro: l'ha gia fatto Ruggero Deodato ('Cannibal Holocaust'). Però non si dirige bene un film negando che e spettacolo. A chi interessera questa pur dignitosa compilazione d'attriti equatoriali, salvo alla giuria?". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 2 settembre 2008) "Marco Bechis ha strutturato questa materia in un lavoro di fiction ben fatto, completo, intorno a un tentativo di rivolta e di occupazione delle terre: gli attori indios non sono sempre convincenti, ma e proprio l'ultima cosa". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 2 settembre 2008) "Uno stile che può non di ricordare quello immediato del nostro Neorealismo, soprattutto se firmato da Rossellini, con sentimenti forti, da un parte e l'altra dei contendenti, espressi sempre però in modo piano, con accenti contenuti molto più vicini alla cronaca che non al dramma: dramma, disperato, e nei fatti. Sollecitato soltanto, nella colonna sonora, da corale secentesco del gesuita toscano Domenico Zipoli, ispirato alla sacralita quasi funebre di una lamentazione. Fra i bianchi, due noti attori italiani, Chiara Caselli e Claudio Santamaria. Plausibili". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 2 settembre 2008) "'La terra degli uomini rossi - Birdwatchers' e un viaggio di formazione e di informazione all'interno della tragedia degli indios Guarani-Kaiowi del Mato Grosso, in Brasile. Un'ondata permanente di suicidi distrugge, fisicamente e moralmente, questa comunita ormai costretta in riserve-lager". (Boris Sollazzo, 'Il Sole 24 ore', 2 settembre 2008) "Il film, in se, ha momenti zoppicanti: ma a Bechis non interessano le trame nel senso tradizionale del termine. La narrazione va a strappi, ma ciò che conta e l'esperienza: gli indios l'hanno vissuta, a noi spettatori il compito (arduo) di tentare di riviverla". (Alberto Crespi, 'L'Unita', 2 settembre 2008)

Copyright © Cinematografo 2009.



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