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"Nuovo esemplare di quel cinema britannico che - da 'The Full Monthy' a 'East is East' - anche il pubblico italiano mostra di gradire particolarmente. 'Billy Elliot' alterna commozione a humour, è scritto bene, politicamente supercorretto, accattivante; anche se lascia trapelare una dose di furbizia e, in filigrana, fa intravedere un programma mirante a suscitare emozioni garantite. Se la storia di Billy sfonda un po' di porte aperte, tuttavia, lo fa con misura e tenerezza: vedi l'ingenua confessione d'amore del piccolo o il modo in cui la regia riesce a evitare il ridicolo su Billy vestito da ballerina. Una buona dose del successo ecumenico del film va sicuramente attribuita al giovanissimo protagonista Jamie Bell: diretto, determinato, a volte egoista, mai neppure per un momento, lezioso o disposto ad autocompatirsi".(Roberto Nepoti, 'la Repubblica, 25 febbraio 2001)
"E' bella l'interpretazione, ricca d'energia, di naturalezza e di emozione, del bambino Jamie Bell. E' bella la narrazione dello sciopero dei minatori, tra le fatiche della lotta, il disperare delle possibilità di vittoria, le tentazioni di cedere, e gli scontri violenti con la polizia che compongono le coreografie forse più suggestive e forti del film. E' bella la descrizione della vita povera d'una famiglia composta, dopo la morte della moglie-madre, da un bambino, due uomini e una nonna un po' svanita: le luci pomeridiane tristi nelle casette a schiera di mattoni rossi, l'angustia, il cibo cattivo, i cortili solitari, le ansie senza fine. E' ben narrato il contrasto fra questa durezza esistenziale e l'aspirazione alla bellezza, alla lievità, all'aereo lirismo rappresentata dalla danza che per il bambino sembra anche un mezzo per liberarsi del proprio destino sociale: come già accadeva in 'Flashdance', o come succede adesso in 'Girlfight' dove l'ambizione d'una ragazza è più brutale, diventare pugile. Lo stile del regista debuttante che viene dal teatro è invece scolastico, illustrativo, televisivo (il film è prodotto anche dalla BBC). Riveste il melodramma di immagini accademiche. Presenta il caso (figlio e fratello di minatori che vuol fare il ballerino) come eccezionale, mentre sono consueti i ballerini di danza moderna d'origini popolane: basta pensare a John Travolta o al primo Celentano. Il film sostiene infine con una foga del tutto fuori luogo e poco simpatica che non tutti i ballerini sono gay, s'affanna a dimostrare che il piccolo protagonista non è gay: come se l'eventuale contrario fosse reato o peccato, come se dovesse interessare a qualcuno. Ma il fascino della danza mescolato a un'iconografia proletaria già obsoleta e nostalgica, la forza dei protagonisti, il conforto della vittoria finale fanno la seduzione e il successo di 'Billy Elliot' ".(Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 febbraio 2001)
"(...) Sta a metà tra un romanzo di formazione-ribellione e l'apologia dell'occasione per ciascuno. Tra 'I pugni in tasca' e 'Saranno famosi'. (...) Nonostante l'ottima interpretazione del giovanissimo debuttante Jamie Bell e nonostante l'abile deviazione dalla sindrome dell'incompreso, non mancano i passi convenzionali del genere: la sequenza musical sulla rabbia del discepolo, scene madri di famiglia, lo scoglio dell'esame alla scuola del Royal Ballet, la suspense del risultato, la consacrazione finale con un colpo basso. La regia di Stephen Daldry è studiata fin troppo sul tempo della lacrima cavata dall'emozione, ma l'insegnante fredda di Julie Walters e l'allusione alla danza come intimità prima che corpo, sono centrate. Cinque nomination agli Oscar". (Silvio Danese, 'Il giorno', 24 febbraio 2001)
"Avvalendosi dell'interpretazione di un ragazzo, Jamie Bell, che sembra già un attore espertissimo, 'Billy Elliott' sta ottenendo un successo mondiale confermato da tre nomination agli Oscar: per l'autore del copione Lee Hall, il regista Stephen Daldry e la 'supporting actress' Julie Walters, burbera benefica. Fondendo la sua carica eversiva a una disponibilità alla commedia il film, pur con qualche scivolone dolciastro (l'inutile apparizione del fantasma della madre scomparsa, il fratello odioso che diventa troppo buono) è articolato su un montaggio sorprendente, che gioca d'anticipo con un senso ben definito del cinema moderno". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 24 febbraio 2001)
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