Database dei film

Basta Che Funzioni Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-09-17 14:25:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Diverse e spregevoli qualità (sia detto con affetto) accomunano Woody Allen a Diogene il Cinico per non pensare a una comune genìa o agli effetti di un arcano rito trasmissivo. E il grande greco avrebbe di certo apprezzato il ritorno del maestro newyorkese al crudo, nevrotico e sferzante cabaret esistenziale di un tempo, attorno al quale ruotavano le commedie degli anni '70 - libere variazioni sul tema: "Io, Woody e Allen" - prima della dissociazione identitaria inaugurata da Zelig (1983), seguita da una produzione corale e metalinguistica, e culminata nella fruttuosa parentesi europea, di cui Match Point resta insuperato capostipite. Un percorso meno lineare di quanto si pensi, ma ciononostante coerente e dialettico, nel quale Basta che funzioni costituisce forse l'ultimo atto, momento in cui il cinema di Allen dopo essersi negato diviene nuovamente se stesso. Cambiato, certo. Perché Allen non è più Allen, ma un alter ego tremendamente simile a lui e irrimediabilmente "alter", un fisico (mestiere inimmaginabile per l'irriducibile umanista degli anni '70) di nome Boris Yellnikoff (Larry David), ebreo americano misantropo, sprezzante, logorroico e fisiognomicamente marcato come il suo modello, ma più disinvolto e sbruffone. Insolitamente impavido (a parte l'ipocondria), il nuovo vecchio Allen è cinico a più non posso (ne ha per tutti: dai neri ai gay, dagli intellettuali a Dio, "il grande Arredatore"), divertente come al solito ma sprovvisto della poesia di un tempo (e anche Manhattan, dove è tornato a girare dopo diversi anni, appare più anonima), forse anche un po' di maniera quando si auto-cita e strizza l’occhio alle sue ossessioni. La storia dell'ultimo film - come la drammaturgia, e la messa in scena - è nulla, non serve neanche. Per chiudere, forse per iniziare, un nuovo capitolo della sua personale storia, ad Allen non serve altro: un pubblico, un monologo e un altro da sé. Per ricordarci com'era, prima che qualcun altro, più disilluso e meno gigione, ne prendesse il posto.

Copyright © Cinematografo 2009.

Scheda Film
Whatever Works - Basta che funzioni
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-09-18 08:00:33
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Un giorno, per caso

Boris Yellnikoff, ex professore della Columbia University, disincantato nonché scarso ammiratore dell'umanità, si imbatte nella dolce Melody, fuggita di casa. La giovane ragazza, non particolarmente acuta, a poco a poco entra a far parte della vita del geniale e burbero Boris. I due si sposano, sebbene sembrino non avere nulla in comune. Dopo un anno di vita coniugale, improvvisamente giunge Marietta, la madre di Melody; per loro, e non solo per loro, le cose cambieranno presto...

Allen? Funziona, funziona eccome

Whatever Works - Basta che funzioni funziona, eccome se funziona. Woody Allen è tornato, ed è ancora lui, inossidabile, fedele al suo stile, alla sua N.Y., ai dialoghi serrati e sarcastici e… a un romanticismo personale. Come sempre, i film del regista americano più acclamato in Europa sono un esempio perfetto di ritmo, ed è un piacere constatare la matematica delle battute che s'incastonano in una sceneggiatura gustosa e "fortunosa". Si, perché è il caso - il destino che bussa alla porta - il vero nucleo tematico del film. Ogni personaggio modifica la sua vita, perché si verifica un'eventualità che mette in moto una trasformazione. Anche la felicità amorosa è decisa dal caso.

'Puoi fare qualunque cosa per cercare la persona amata, ma qualunque cosa tu faccia potrebbe anche non funzionare mai. E poi all‘improvviso, mentre attraversi la strada qualcuno fa cadere una cosa, tu la raccogli e cominci a chiacchierare e alla fine scopri che ti piace stare con quella persona.”

Meravigliosa è l'assenza di giudizio sulle scelte altrui che Allen mette a fuoco nel suo nuovo film: 'per quanto bizzarra possa apparire una relazione romantica, se funziona vuol dire che va bene così. E questo vale anche per gli altri rapporti, non solo quelli sentimentali (...) se uno schema o un sistema assolutamente fuori dagli schemi e dalle convenzioni funziona per te, allora non c‘è nulla di sbagliato nel tentare di realizzarlo. Fino a quando non interferisci nella vita di qualcuno o fai del male a qualcuno, tutto quello che per te va bene e ti fa stare bene, è giusto. Whatever Works vuol dire che devi vivere la tua vita non seguendo ciò che la società ti dice di fare o secondo regole stabilite da altri, ma secondo quello che tu senti di voler fare”. Semplice e chiaro. Già in Vicky Cristina Barcelona Allen sembrava accogliere con simpatia chi è al di là delle norme pur di essere felice, ma in questo caso tutti i personaggi del film vengono inseriti in questa prospettiva. Non ci sono limiti, non ci sono tabù in Whatever Works, c'è solamente una varia umanità che è felice in modi differenti che talvolta si modificano nel corso del tempo. L'alter ego del regista, il protagonista del film Boris Yelnikof, che, guardando in macchina inizia a raccontare la sua storia, è un misantropo della peggiore specie che intenerisce però per le sue crisi di panico e per la sua visione nichilista, e solitaria, del mondo. Unico nel sapere che al di là dello schermo esiste un pubblico a cui si rivolge, il geniale Boris è, infine, felice per la stessa ragione per cui lo è l'incantevole ma sempliciotta Melody: una combinazione di coincidenze.

Allen ancora una volta da una lezione a noi spettatori su come si dirigono gli attori (eccellenti Larry David, Patricia Clarkson, Evan Rachel Wood). I dialoghi a due e a tre sono fantastici. Tutto è al posto giusto. Un film alla Woody Allen, insomma, che non risparmia dalle battute impietose le ingenuità intellettuali di chiunque capiti sotto il suo sguardo… anche di chi sta guardando comodamente in sala Whatever Works.

Copyright © Spaziofilm.it 2009.

Scheda Film
Basta Che Funzioni
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-09-19 04:12:16
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"La miracolosa aria di Manhattan resuscita Woody Allen, cinematograficamente deceduto (a sua insaputa) da circa 20 anni. (...) Eccellenti personaggi bigotti presto alla spassosa deriva liberal a New York. Woody invoca Brando/Kurtz e la necessita di una licenza per procreare, come per pescare. Ci indottrina col tono e i tempi del nobile intrattenimento radiofonico. Bentornato." (Alessio Guzzano, 'City', 18 settembre 2009) "Magro e allampanato, pantaloni a scacchi e t-shirt sdrucite, Larry David e un cabarettista tv. Nel film si muove come Allen, ma senza fare del personaggio finto-odioso una macchietta. Non e la solita zuppa direbbe Bianciardi. E anzi tutto il film segna un punto all'attivo nella carriera declinante del regista: per come smantella i cliche newyorkesi sui "bianchi" del sud, per come intreccia i casi anche sessuali dei personaggi, per come imbastisce il gioco delle coincidenze, al di la delle prevedibili battute strappa applauso. Poi, certo, Woody continua ad incarnare un modello intellettuale (ed estetico) intramontabile, almeno per una certa opinione pubblica progressista: l'America - ironica, cotta, metropolitana, psicoanalizzata, civile e pacifista, in definitiva europea - nella quale amiamo rispecchiarci, tanto più oggi che alla Casa Bianca non siede più un texano dal grilletto facile ma un atletico afroamericano." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 18 settembre 2009) "Commedia a prima vista semplice, in realta 'Whatever Woks' e un film complesso. Ricorre a battute ciniche come non mai eppure va a parare quasi in un panegirico dell'amore: retto sì dal caso, come tutte le sorti umane, ma che in fondo può pioverti addosso in qualsiasi momento. Se nella prima parte il film pare un caso estremo di cinema monologo, la seconda accantona un po' l'invadente Boris per lasciare spazio agli altri. La capacita alleniana di scrivere battute divertenti e inalterata; però lo spettatore conosce ormai troppo bene il repertorio per non avvertire un senso di gia sentito. L'andamento divagativo degli episodi, invece, e più libero, più creativo. A momenti evoca i percorsi deboli, i personaggi instabili di quello che e ormai uso chiamare il 'cinema moderno': i film della Nouvelle Vague francese e delle altre 'correnti' europee anni 60 a cui Allen si e sempre ispirato." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 18 settembre 2009) "Vivicissima, verbosa, incalzante, spiritosa, la commedia pare a volte un po' stucchevole, saltellante: ma insieme con il vuoto e buffo brillare sta la malinconia della vita che non c'e più. Molto bello." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 settembre 2009) "Dialoghi smaglianti e incendiari, situazioni proposte a lungo ma sempre con una vivissima dinamica cinematografica interna; con la conseguenza che i ritmi, oltre che fluidi, sono quasi aggressivi, non concedendoci altre pause al di fuori dei pepatissimi commenti di quel protagonista verso di noi, con il gusto di farsi avanti da un proscenio. Regge splendidamente quei commenti, e tutte le sfumature del personaggio, un attore come Larry David, degno ad ogni svolta, della sua fama di attore comico di prim'ordine." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 18 settembre 2009) "Il ritorno a New York giova ad Allen, che ne sa rendere le strade meglio che i panorami di Barcellona. Inoltre le psicologie degli ebrei di Brooklyn gli riescono più che quelle dei seduttori catalani. E soprattutto fa piacere vedere che Allen s'e liberato (o viceversa) di Scarlett Johansson, trovandone un alter ego nella Wood, così brillante nel mostrare l'«intelligenza di un'ostrica»." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 18 settembre 2009) "Woody Allen da sfogo al suo pensiero critico, puntando il suo dito indignato sulle stupidita del mondo, e non senza una buona dose di autoironia. L'unico problema, forse, e che questo mondo ridicolo che tanto egli addita, alla fine gli piace. La sua non e una critica dall'interno, radicale anche se ironica, ma un gigioneggiare geniale, galleggiando sui relitti lussuosi di quella modernita occidentale. Anzi, newyorchese." (Dario Zonta, 'L'Unita', 18 settembre 2009)

Copyright © Cinematografo 2009.



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