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"All'origine c'e un lavoro teatrale, dallo stesso titolo, scritto da Brian Friel, andato in scena a Dublino nell'aprile 1990, portato poi a Londra nell'autunno dello stesso anno e nel 1991. Nell'ottobre 1991, il testo e stato allestito anche in America, a Broadway. Successo importante, quindi, per un'opera molto radicata nella tradizione irlandese e che però ha l'ambizione di proporsi con intenti più ampi. L'obiettivo di dare alla storia confini più dilatati e stato fore raggiunto a teatro ma disatteso in maniera evidente nella versione cinematografica. La famiglia Mundy vorrebbe proporsi come microcosmo o proiezione di un momento difficile della societa irlandese, stretta tra il forte richiamo delle proprie radici e la voglia di staccarsene, di andare via, di fuggire altrove. Ma il gioco della metafora non riesce, il film acquista subito le cadenze di una ballata triste, e così rimane, mai andando al di la di una commozione epidermica e prevedibile. Il racconto ha scarso respiro, le psicologie dei protagonisti sono deboli, l'affresco rimane un po' evanescente. Certo gli spunti interessanti non mancano: la funzione della danza, l'identita culturale, la figura del sacerdote tornato da contatti di forte rilevanza con la religiosita magico-tribale dell'Africa". ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 127, 1999).
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