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"Ora il film, nonostante citi i punti nevralgici della geografia reazionaria americana (Irak, Contras, Panama), si limita ad aggiornare il tema con un repertorio di vizi privati, gran sfoggio di erotismo, un po' ridicolo, sfrenata voglia di dollari, generale perdita di senso morale, mentre la Questione Pubblica rimane anonima dietro le quinte." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 30 maggio 1995) "In questo film cinico e sgradevole, dove quel che conta è una sorta di "decor" del crimine e di "design" delle psicologie: superfici levigate, case-bunker grigio ferro, ombre cupe, le architetture futuriste di Seattle, donne spietate e sofisticate, un'algida atmosfera di degrado, un'elegante pratica della malvagità." (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 1 giugno 1995)
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