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Babel Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2006-10-27 18:36:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Secondo la Bibbia gli uomini costruirono una torre per raggiungere il paradiso provocando la collera di Dio, che li divise condannandoli a parlare lingue diverse. Migliaia di anni dopo, il loro destino č ancora votato all'incomprensione. Da questo assunto sono partiti Alejandro Gonzįlez Ińįrritu e il fedele sceneggiatore Guillermo Arriago per costruire, dopo Amores perros e 21 grammi, l’ultimo capitolo di una trilogia del dolore. La vicenda ruota intorno alle esistenze di pił persone, all'apparenza distanti in realtą legate da avvenimenti tragici che acquisteranno senso nel finale. L'azione si snoda in quattro nazioni, Marocco, Giappone, Stati Uniti e Messico, e mischia lingue e paesaggi. Due fratelli sugli altipiani marocchini giocano con un fucile, quando accidentalmente parte un colpo le vite di una coppia americana in vacanza nel Maghreb, di una tata messicana al lavoro in California e quella di un'adolescente giapponese non saranno pił le stesse... Ińįrritu come sempre fa a pezzi la cronologia e invita lo spettatore a ricostruire il puzzle, ma qui alza la posta e gioca con la simultaneitą delle azioni distribuendole su tre continenti. Non accontentandosi di destrutturare la temporalitą, inserisce dunque l'ulteriore elemento destabilizzante della divisione geografica. Una scelta che ammanta il film del fascino della complessitą ma anche di un eccesso di cerebralitą e di formalismo, che sottrae forza emotiva alla narrazione. Che pure ha momenti alti, soprattutto nella limpidezza degli episodi dei ragazzi maghrebini e della coetanea giapponese, mentre quelli relativi alla babysitter messicana, il cui coprotagonista č la stella nascente Gael Garcia Bernal, e alla coppia americana, interpretata con convinzione da Brad Pitt e Cate Blanchett, soffrono i limiti della costruzione artificiosa. Ciņ non toglie che Babel sia la conferma di un autore potente e visionario, giustamente premiato a Cannes con la Palma alla regia, capace di misurarsi in un colpo solo con i pregiudizi razziali, l'assenza di solidarietą umana, le distanze tra culture diverse, l'incapacitą degli adulti a confrontarsi con i figli. Viaggio straziante nello spirito di un'umanitą sempre pił globalizzata e tormentata, Babel vive di un montaggio al limite del virtuosismo e di immagini la cui consistenza cambia a seconda degli episodi. Alla fine del percorso pena o redenzione. Che non sempre puniscono o sollevano come ci si aspetterebbe.

Copyright © Cinematografo 2006.

Scheda Film
Babel
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-06-16 04:01:04
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Nell'applaudito 'Babel' il messicano Alejandro González Iñárritu dilata su scala planetaria il plot a incastri di 'Amores perros' e '21 grammi'. (...) Il segmento migliore (il meno telefonato) è quello giapponese, dove una giovane sordomuta si comporta da ninfomane per sete di comunicazione e di affetto. Il resto è pura legge di Murphy: se una cosa può andare storta lo farà. Così fra Messico, Usa, Tokio e Marocco, il ricatto dei sentimenti si intreccia a quello del dolore fisico. Mentre Cate Blanchett aspetta soccorsi in un paesino dell'Atlante, il marito Brad Pitt affronta l'egoismo e l'arroganza degli altri occidentali, ignaro che nel frattempo i figlioletti rischiano la vita sul confine messicano. Anche se la tragedia peggiore si abbatte sulla famiglia dei pastorelli, perché siamo in una parabola biblica e chi sbaglia paga. Il tutto inserito in un gioco ad incastri così insistito da farsi dimostrativo e alla lunga soffocante. Il pubblico applaude. Ma dietro la forma cronometrica e brillante traspare il fantasma del vecchio e aborrito film a tesi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 maggio 2006) "L'autore di 'Amores perros' e '21 grammi' (nonché del corto meno sgradevole dell'offensiva antologia '11-09-01') conferma di essere ossessionato dal gioco delle coincidenze e delle vicende parallele: nonostante il deprecato avvento della globalizzazione (che in ogni caso non gli interessa più di tanto), la linearità e la cronologia non appartengono al suo mondo e non riescono a mobilitare la sua energia interiore. Il titolo d'ispirazione biblica serve, così, a introdurre lo spettatore nelle anse imprevedibili e segrete di quattro episodi che si sviluppano su tre continenti e in tre lingue, inseguendo le reazioni e le emozioni di personaggi lontanissimi tra loro. (...) Il film è montato stupendamente e gli attori - da quelli da copertina come Brad Pitt e Cate Blanchett a quelli di sostanza come Gael Garcia Bernal e Adriana Barraza e a quelli sconosciuti come Koji Yakusho, Rinko Kikuchi, Said Tarchani e Boubker Ait El Caid - sono messi in grado di esprimere l'intensità pretesa da una trama così architettata. Peccato che la bravura del regista, cedendo a più riprese all'estetismo rallentato e al compiacimento del dettaglio, sia portata a lenire troppo platealmente le asprezze dell'approccio. Come già in '21 grammi', sembra che Iñárritu voglia conferire significati alti anche ai contrattempi più prosaici e occasionali del quadro drammaturgico: il quale, non a caso, finisce per vibrare soprattutto quando il diapason del pathos individuale e il controcanto di una natura crudele e indifferente bloccano ogni prospettiva spiritualistico-consolatoria e ogni commento sentenzioso." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 settembre 2006) "Specialista nel mettere le star in situazioni estremamente deprimenti (vedi '21 grammi'), il regista messicano spedisce subito una pallottola nella candida spalla di Cate Blanchett che, già in crisi col marito Brad Pitt, rischia di morire dissanguata. (...) L'interferenza di piani spaziali e temporali può risultare molto ('Traffic', 'Syriana') o per nulla creativa. Qui, è pura accademia." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 maggio 2006) "Partiamo dalla pellicola di Alejandro González Iñárritu, quasi due ore e mezza che passano in un lampo, avvinti come si è da un racconto uno e trino. (...) E' proprio quest'ultima la carta che resta elegantemente coperta in un film alla Altman, pieno di sorprese che magari qualcuno troverà troppo ben predisposte. Innegabile tuttavia la presenza di scene stupende come la fantasmagoria antropologica delle nozze messicane o il duetto fra Cate Blanchett in pericolo di vita e un Brad Pitt al vertice della bravura. Una menzione meritano anche la badante, la monumentale Adriana Barraza, e il nipote Gael Garçia Bernal." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 24 maggio 2006) "Al regista piace giocare nascondendo il baricentro e osserva del mondo il molto disamore: il turista Brad Pitt (davvero bravo), la sua colf messicana in crisi per colpa di García Bernal, un ricco giapponese con figlia sordomuta. Le onde del destino s'ingrossano ma l'abile autore sta in bilico moltiplicando lingue e paesaggi per onorare il biblico titolo. Più freddo e accademico di 'Amores perros' e '21 grammi', il film si accavalla fluido nelle varie storie che, secondo moda, poi s'incontreranno. Scavando si trova di tutto e di più, dalla solitudine all'immigrazione, toccando i sentimenti primari di un racconto esemplarmente virtuosistico." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 novembre 2006)

Copyright © Cinematografo 2007.



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