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"Altro che i topi di 'Intervista col vampiro'. Qui non ci sono colori accesi, maledettismo, letteratura. Solo nervi, sangue e sofferenza, fisica e morale.. Qui la linfa vitale si trova per strada, prelevandola con una siringa da un barbone addormentato. Oppure saltando al collo di amiche, amanti, professori. E poiché Kathleen studia filosofia, le sue elucubrazioni sull'eternità del Male vengono sostenute a colpi di Husserl e di Kierkegaard, mentre sullo schermo si disegnano ombre alla Dr. Caligari. È l'unico a resistere alla sfrenata Kathleen, con un candido ma insormontabile 'no grazie', sarà un giovane che distribuisce santini davanti a una chiesa. Finale nerissimo, ma speranzoso. Dopotutto Ferrara, che quanto a droga sa di cosa parla, dice di aver fatto il film: 'per i ragazzi che crescono'. E l'aspetto più incredibile di questo horror quasi didattico, proprio la sua capacita di assimilare e trasformare tutto. A partire da una colonna sonora che fonde funky, rap, Vivaldi e uno spartito di Friedrich Nietzsche. Per non parlare di quel prete, che compare sul finire. Un sacerdote in un horror? Ma certo, risponderebbe Ferrara. E dove se no?" (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 Novembre 1997
"'The Addiction' riprende quasi tutti i luoghi comuni dei film sui vampiri ma riesce ad aggiornarli con straordinaria forza. Anche il finale, che ovviamente non vi riveliamo, gioca sul tema dell'immortalità, con un colpo di coda che riscrive totalmente il genere horror al quale 'The Addiction' appartiene. E come se, per Ferrara e St. John, i vampiri fossero pedine di un gioco più grande. Questo gioco è quello del peccato e dell'espiazione. Il film ci parla della necessità di affrontare i nostri fantasmi, di lottare contro il nichilismo che il silenzio di Dio potrebbe instillare nelle nostre coscienze. 'The Addiction' è il film che avrebbe fatto Ingmar Bergman, se fosse nato nel Bronx come Abel Ferrara. Insieme a 'Fratelli', che è subito successivo e che ritrova il silenzio di Dio all'interno della mafia e dalla famiglia è l'indiscusso capolavoro di questo discontinuo regista. Da vedere assolutamente." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 10 Novembre 1997)
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