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"Nella nuova pornotendenza del cinema americano c'entra poco Paul Schrader ('American Gigolo'), regista americano europeizzante colto e perverso la cui carriera è segnata dagli incerti di un lavoro mai considerato da lui come routine o mestiere, ma affrontato sempre con slancio e coinvolgimento d'autore. 'Auto Focus' nasce da un fatto di cronaca (...) Il centro della vicenda è il rapporto fra i due, durato una decina d'anni; è anche l'abitudine a concentrarsi su di sé, a mettere a fuoco esclusivamente i due protagonisti, Greg Kinnear e Dafoe, sono coraggiosi oltre che bravi". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 11 aprile 2003)
"Quattordicesima regia e terza biografia firmata da Paul Schrader, 'Auto Focus' racconta ascesa e caduta di un irresponsabile. Schrader non biasima la condotta del suo eroe, ma non la esalta come in tante sue sceneggiature e regie che contrapponevano la spinta purificatrice del singolo alla corrotta, e ipocrita, società di massa. Crane non è il crepuscolare John Latour ('Lo spacciatore') o i samurai pazzi Travis Bickle ('Taxi Driver') e il Mishima dell'omonima pellicola. E il film non è né un apologo allegorico, né un omaggio a un idolo pop dimenticato. Piuttosto è la cinica autoanalisi di un edonista pentito, da qualche anno più saggio e riflessivo, che guarda Crane e rivede i suoi peccati di gioventù nella New Hollywood anni '70. Senza nostalgia e con molto sarcasmo ('I maschi si devono divertire' è la battuta che chiude il film). Kinnear e Dafoe sono da urlo". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 11 aprile 2003)
"Il caso di cronaca è congeniale alla cupa morale calvinista di Schrader che, da sceneggiatore ('Taxi Driver') come da regista ('American Gigolo', 'Affliction'), ci ha sempre raccontato la stessa vicenda: un uomo scende agli Inferi, senza possibilità di ritorno. Qui però c'è una nota d'originalità nuova. 'Autofocus', in fondo, è una storia dell'evoluzione della tecnologia raccontata attraverso il sesso; Mefistofele è un tecnico-video e la televisione, pubblica o privata, ha tutto l'aspetto di quell'inferno, in cui il protagonista è destinato a sprofondare". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 12 aprile 2003)
"Ci sono vari film importanti e molto interessanti che guardano retrospettivamente al tessuto umano e simbolico dell'America recente e applicano agli anni'60 o '70 le tecniche di un'archeologia moderna che scava, con un linguaggio cinematografico di prim'ordine, al di sotto delle eruzioni cutanee, delle macchie, delle malformazioni di un mondo e di un sogno, di un metabolismo e delle sue disfunzioni palesi o occulte. Il tono cambia ma 'Almost Famous', 'Prova a prendermi', 'Confessioni di una mente pericolosa' sono modelli di Cinema e di storie che si differenziano dalla produzione dominante di Hollywood e sono film incentrati su personaggi e su epoche e non su formule. 'Auto Focus' è il romanzo tragico di un egoista, ossessionato dal desiderio di guardare e di guardarsi, di fare sesso e di fissare su nastro la ripetizione anonima, sgranata, meccanica e confusa del piacere. (...) L'uso cinematografico del discorso diretto e indiretto, gli attori bravissimi e la fondamentale trama parallela (l'amicizia tra Crane e Carpenter), disegnano la degenerazione e il disfacimento di questa nuova 'conoscenza carnale' distonica rispetto a immagini sempre più perfette e precise nelle quali un corpo non ha più peso e odore. Potrebbe non esserci". (Enrico Magrelli, 'Film Tv', 15 aprile 2003)
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