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"Atom Egoyan è un bravo regista canadese di origine armena, che negli anni ci ha regalato ottimi film come 'Exotica', 'Il dolce domani' e 'Il viaggio di Felicia'. 'Ararat', visto in concorso a Cannes 2002, è il film della sua vita: l'opera in cui Egoyan si confronta con il Tema con la 'T' maiuscola, il genocidio del popolo armeno compiuto dai turchi nel 1915. È, quindi, doppiamente doloroso scrivere che 'Ararat' è una cocente delusione. Non un film brutto, no: Egoyan non sarebbe capace di dirigere un film brutto, è artista troppo colto e troppo raffinato; ma un film inutilmente complicato, in cui il regista ha voluto mettere troppe cose. A cominciare dall'idea di base, apparentemente giusta ma nei fatti esiziale: il genocidio non è messo in scena in modo diretto, ma come un 'film nel film', diretto da un anziano regista interpretato da quell'autentica icona della cultura e dello spettacolo armeno che è il grande Charles Aznavour. Questa scelta di sceneggiatura fa sì che il film viaggi di continuo tra passato e presente, tra primo e secondo grado del racconto. È una scelta intellettuale, un po' alla Nouvelle Vague (della quale Aznavour è in fondo una citazione vivente: il suo più grande ruolo al cinema rimane 'Tirate sul pianista' di Truffaut), che nuoce alla forza espressiva del film e anche alla sua immediata comprensione: 'Ararat' è, qua e là, francamente incomprensibile, e l'ansia di comunicazione di Egoyan, il suo bisogno di ricordare al mondo il genocidio della sua gente ne vengono pesantemente penalizzati". (Alberto Crespi, 'l'Unità', 24 aprile 2003) "La scelta di raccontare i tragici eventi del 1915 come 'film nel film' non è l'unica infelice: abbondanza di Edipi irrisolti, complicate relazioni familiari, un doganiere che serve da confessore e da Sherlock Holmes. Per l'autore di 'Il dolce domani' e 'Il viaggio di Felicia', il film di una vita. Forse troppa emotività in gioco. Certo troppa confusione". (Paola Piacenza, 'Io Donna', 24 maggio 2003) "Atom Egoyan ha dovuto aspettare e penare troppo prima di riuscire a realizzare 'Ararat'. Si sente che nel film ha messo molto di sé, di ciò che lo lega alle proprie origini armene, dell'orrore per l'atroce genocidio perpetrato dai turchi nel 1915: però il risultato è incerto, confuso, inferiore alle aspettative che il suo talento legittimava. Il problema è come Egoyan fa interferire tracce narrative disparate in una narrazione a scatole cinesi troppo piena di coincidenze e, insieme, di incongruenze. Viaggiando tra presente e passato, realtà e finzione, 'Ararat' ottiene un effetto ai limiti dell'imbarazzo: se i brani di film nel film hanno l'aspetto di un mélo retorico e manicheo, il film vero che li contiene non pare riuscito molto meglio e sconta l'artificiosità in cui incorre, spesso, chi vuol dire troppe cose in una volta sola". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 21 maggio 2002)
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