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AmnèSia Recensione

"AmnèSia" recensioni

Scheda Film
AmnèSia
Autore
anonymous
Data della recensione
2006-07-22 04:00:45
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Tra memorie spazianti da Tarantino allo Huston del 'Tesoro della Sierra Madre', il cineasta dà prova d'inventiva e conferma le proprie capacità registiche, piuttosto rare in un panorama poco visionario come quello italiano. Sceglie di raccontare una storia in due tranche successive e complementari, ripetendo i medesimi avvenimenti ma focalizzati attraverso personaggi diversi e arricchiti di dettagli-chiave (...) Peccato che il lavoro di casting non sia per nulla equilibrato e che alla regia capiti di lasciarsi prendere la mano dall'esuberanza invadente di Abatantuono o dalla compulsività di Rubini. Così che a momenti, di fronte a sequenze omogenee per stile visivo ma troppo diverse nel 'tono', provi la strana sensazione che appartengano a due film distinti". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 17 marzo 2002) "(...) In 'Amnèsia' pure la narrazione è destrutturata, rimescolata: la storia divisa in due storie contemporanee ma raccontate successivamente; lo schermo spesso diviso verticalmente o orizzontalmente in due o più spazi nei quali si svolgono azioni parallele; padri e figli che sembrano alludere simultaneamente all'autore da ragazzo e all'autore cinquantenne; Ibiza quasi irriconoscibile rispetto al suo stereotipo turistico, emblema delle isole mediterranee predilette da Salvatores. Al film impressionante, caotico, divertente, dinamico, malinconico, Abatantuono presta il suo calmo anticonformismo, Rubini presta il suo perenne isterismo; specialmente notevoli sono il giovane attore spagnolo Ruben Ochandiano, violento e furente come un interprete di Carax, e Alessandra Martines finalmente liberata da vezzi e graziette, triste e brava". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 9 marzo 2002) "Il divertente, intelligente film di Salvatores 'Amnèsia', girato con maestrìa, vive nell'incastro temporale di storie che si ripetono pirandellianamente, su tre sgangherati gruppi di famiglia in un esterno, quello di Ibiza, sempre Mediterraneo, rifugio di discotecari coatti, fricchettoni e di quei ragazzi, oggi ammaccati, del Marrakech express. Se la sceneggiatura ogni tanto ha buchi e stereotipi, la tecnica è la star: il medium finalmente è il messaggio, la realtà vive nel puzzle del cinema. Il gioco della dark comedy è più convincente quando parla di segreti e bugie di ciascuno che non quando arriva alla resa finale. In cui si tiene conto, oltre che di Kurosawa, Tarantino, Kubrick, anche del teatro di Salvatores, dato che il film è davvero un trapianto dei temi preferiti del regista, che a volte eccede in didascalie devianti modaiole. Ma dentro, suddivisa in vari spazi con la tecnica dello split screen, così il pubblico sceglie, gira l'aria scanzonata della malinconia goliardica con lieto fine di gruppo: Abatantuono al meglio, Rubini inguaia tutti con un sorriso, attori spagnoli bravissimi, Bebo Storti è impagabile, la Stella migliorerà presto e la colonna sonora si festeggia da sola". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 9 marzo 2002) "'Amnèsia', il nuovo film di Gabriele Salvatores, è una commistione curiosa dei suoi 'due cinema': il cinema di isole e fughe mediterranee, di ormai cinquantenni che si sono solo un po' imbolsiti e 'sistemati', che hanno accantonato le utopie ma non le hanno dimenticate; e il cinema dell'incubo scomodo e battente, che scompagina la narrazione sul ritmo e sulle durezze degli incomprensibili ventenni. Un incontro a tratti faticoso, dove la linearità della prima parte si spezza in un piglio narrativo alla Tarantino che rischia di ammorbidire piuttosto che accentuare i contrasti. Gli anziani sono incasinati e irrisolti; i giovani sono irritanti e sgradevoli: ma forse è racchiuso proprio in questa sgradevolezza il senso più inquieto del film. Salvatores, almeno, è un autore che continua a interrogarsi sui percorsi e sulle 'eredità' umane". (Manuela Martini, 'Film Tv', 12 marzo 2002) "Perché Gabriele Salvatores non si gode i risparmi? O perché non li usa per aprire un ristorante a Marrakech o a Trani, a Castellorizo o a Puerto Escondido o a Marzamemi? In uno dei posti, cioè, dove ha girato i suoi film sulla fuga nel privato dei reduci dell'estremismo di sinistra milanese. Inizialmente quarantenni, poi cinquantenni, domani questi sessantottardi saranno sessantenni. E Salvatores sempre di loro racconterà? La sua inclinazione per le spiagge l'ha portato da ultimo a Ibiza e Formentera. Neanche loro vanno bene per darsi requie, ora che la sua vena è esaurita? Per smettere di avvilire una carriera che vanta l'Oscar per 'Mediterraneo'? Infatti questo 'Amnèsia' è la triste somma di due film adiacenti e convergenti nelle intenzioni, sovrapposti nei risultati: prima, stanco ricalco di 'Marrakech Express' e 'Puerto Escondido', poi, stanco ricalco del peggio del peggio del cinema di droga e gay". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 10 marzo 2002) "Con questo materiale che valeva tre film, Gabriele Salvatores ha fatto un film solo sul piano della quantità, 'Amnèsia' vale il prezzo di tre biglietti. Sul piano della qualità, è ribaldo e divertente: ha ragione Gabriele quando sostiene che è il primo riuscito trapianto delle tematiche dei suoi vecchi film ('Mediterraneo' e 'Marrakech Express', soprattutto) sullo stile più complesso di 'Nirvana' e di 'Denti'. La trovata è nella bruttura narrativa: che in 'Amnèsia' non è un modo di raccontare il film, è il film. Salvatores usa la prima storia come cornice e racconta prima la seconda, poi la terza: ma le incrocia di continuo, mostrandoci le stesse sequenze due volte da punti di vista diversi e ricorrendo addirittura allo split-screen, lo schermo suddiviso in più inquadrature che andava di moda ai tempi di Woodstock (il film). Ne esce un film indubbiamente complicato, ma che può essere seguito da chiunque abbia omai fatto il callo alla narrazione alla Tarantino". (Alberto Crespi, 'l'Unità', 14 marzo 2002) "Né tremendo. Né esaltante. Girato bene. A metà tra un melò di famiglia e un gangster spaghetti di Tarantino. Con un cast per metà sbagliato, visto che deve sostenere la credibilità di una comunità cosmopolita, eccentrica, ma 'vera', da cui verrebbe fuori la pietas di uno sguardo assolutorio. Contando su un'indubbia capacità di rendere fluido anche il marmo, il premio Oscar dimentica l'equilibrio di 'Mediterraneo' e gioca con la struttura del racconto. Bella la figura del trafficante inglese, momento in cui insorge un tono potenziale dell'idea". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 14 marzo 2002) "Il fascino del film non è nel vagheggiamento nostalgico dei vecchi tempi e neppure nel piacere esotico delle riprese nell'ex isola degli hippies, che già Benjamin nei tardi anni 20 trovava distrutta dalla speculazione edilizia e che Salvatores quasi cita nella scena iniziale, con Rubini sull'orlo di una crisi di nervi per colpa di aerei insolenti che rompono l'anima ogni 4 minuti. L'Ibiza delle discoteche e dei tardo-yuppies, una pista thriller, alcuni cadaveri, drag queen, romanticismo e cose osé completano l'affresco lasciato da Salvatores al montatore Massimo Fiocchi perché lo trasformi in una storia 'alla Vera Caspary'. Con più punti di vista, spit-screen alla Aldrich, ritorni veloci all'indietro, differenti contemporaneità degli avvenimenti, quasi a lasciare ai registi delle seconde unità il finish di un film poli-armonico. Ma il clima da gioco visuale 'divertente', da relax domenicale anni 60, soprattutto per i reduci dal dark Denti, c'è. Sia per il gioco degli attori sia per il rispetto davvero zen per piante, rose e ragni. Meno per gli umani: né caschi per biker né cinture di sicurezza per le auto con l'air bag incorporato". (Roberto Silvestri, 'il Manifesto', 9 marzo 2002) "Come un Narratore onnisciente e beffardo, Salvatores pedina le tragicomiche esistenze di questi personaggi in trappola con bel ritmo e molte trovate visive, dalle tendine e dagli split screen che incorniciano le scene chiave, ai giochi di riflessi e ai trompe d'oeil costruiti grazie alle strade, al mare e al cielo di Ibiza (la bella fotografia è di Italo Petriccione). Ma se la parte per così dire 'italiana' è più convincente, anche perché più sbilanciata dalla parte dei padri, il lato 'spagnolo' dovrebbe forse stingere più decisamente sul tragico. Per non parlare del fatto che ogni protagonista porta con sé qualcosa di programmatico che ne fa un simbolo più che un personaggio dotato di vita propria. Possibile che se un ragazzo va a un rave party poi si porti una mulatta in bagno per una fellatio con piercing sulla lingua e pillole di ecstasy? Non sarà un po' troppo? E poi fra echi e citazioni, da Polanski ('Cul de sac') a Almodovar ('Tutto su mia madre'), dal pornoregista 'per arte' al film che si riavvolge come in 'Funny Games', l'insieme - per dirla in fretta - sa un po' troppo di cinema e non abbastanza di vita. Sarà un caso o una scelta?". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero, '8 marzo 2002)

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