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"Se c'è un film che punta l'indice accusatore contro il cuore nero dell'America razzista, questo film è proprio 'Amistad', opera di forte impegno civile, non esente da una certa retorica e da concitazione enfatica, ma anche generosa, appassionata, dalle solenni cadenze epiche, di largo respiro drammatico, dal tono robusto e possente. Un film che, com'è tipico del cinema di Spielberg, sa sempre arrivare con pochi tratti concisi al nocciolo della questione. Si veda, per esempio, come nel messaggio salvifico del Nuovo Testamento l'ebreo Spielberg sappia indicare quella speranza di riscatto e di liberazione che i poveri schiavi strappati alla loro terra e ai loro affetti intravedono come un sogno lontano al quale affidarsi. E proprio su questo seme di speranza Spielberg scrive una delle pagine più belle del film: quando, scortato dalla prigione all'aula del tribunale, lo schiavo Cinque vede spuntare oltre il tetto di un edificio lungo la banchina del porto i tre alberi di un veliero. Tre pennoni la cui sommità gli richiama alla mente le croci del Calvario che, fra le illustrazioni di un Vangelo, hanno colpito la sua immaginazione. In quel momento Cinque intuisce come dietro la grande nave che lo ha trasportato dall'Africa, strumento di schiavitù, si possa cogliere anche un segno di liberazione. Uno di quei tocchi magistrali che soltanto i grandi resisti hanno in serbo". (Enzo Natta, 'Famiglia Cristiana', 19 aprile 1998) "In generale non stupisce che Spielberg abbia adottato per questo 'message film' uno stile alla Stanley Kramer, pur se rispecchiare la violenza estrema dei rivoltosi è costato alla pellicola l'esclusione ai minori; e se qualche critico ha deplorato il tono 'troppo solennemente serio' della faccenda. Purtroppo Morgan Freeman nei panni di Joadson, campione abolizionista, ha un rilievo inadeguato, però il duetto fra il giovane avvocato Baldwin e il leader dei prigionieri Cinque assurge a una scena di rara intensità poetica: quando si confrontano parlando ciascuno una lingua incomprensibile all'altro e Cinque, per significare che viene da molto lontano, va a collocarsi in fondo allo stanzone del carcere. Belli e tremendi sono i ricordi dell'eroe riguardanti il cosiddetto 'middle passage', e cioè il trasporto in nave degli schiavi in condizioni miserande incluso un annegamento in massa di prigionieri buttati a mare incatenati. Al di là delle consuete accuse di plagio, ad 'Amistad' vengono rimproverate numerose semplificazioni storiche a fini spettacolari: per esempio è certo che Cinque non fu presente al dibattimento davanti alla Corte Suprema. E invece il film nella sua nobiltà tralascia di dire che, secondo alcuni, il fiero capo dei ribelli, una volta assolto e riportato in Sierra Leone, si trasformò a sua volta in un mercante di schiavi". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 13 marzo 1998) "La maestria di Spielberg, grande artista popolare americano, si riconosce nelle scene di rivolta sulla nave, sotto la pioggia, nel buio che occulta e rivela la lotta di uomini seminudi contro uomini armati, nel caos di sangue, paura, esultanza oppure nelle scene di incomunicabilità. Ma più spesso l'intento didattico schiaccia il film col suo terribile peso. Se le immagini insopportabili della schiavitù commuovono, gli africani risultano dotati di troppa eroica bellezza fisica, sono troppo lustri, si muovono troppo bene: il protagonista Djimon Hounsou, 33 anni, nato nel Beniu, emigrato da ragazzo a Lione, a Parigi e poi a Los Angeles, è stato indossatore, ha sfilato per anni per Jeau-Paul Gaultier e Thierry Mugler. Non hanno importanza certi dettagli non storici; contano certe melensaggini; contano le parti inerti del film, il lungo processo, le lunghe tirate antischiaviste di un Anthony Hopkins, interprete dell'ex presidente Adams dislocato se non ridicolo come sempre quando recita personaggi americani, oppure il gesticolare insensato del giovane avvocato difensore degli schiavi Matthew McConaughey. Le intenzioni virtuose non sono sufficienti a trasformare in un bel film un'opera buona anche innocua: la condanna della schiavitù storica è oggi del tutto indiscussa, lo schiavismo non ha sostenitori nella cultura contemporanea, con. 'Amistad' Spielberg si mostra nobile e probo senza dar fastidio a nessuno". (Lietta Tornabuoni, 'La stampa', 13 marzo 1998)
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