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"Non ci sarebbe il film senza la faccia di Christiane Bale, una scultura inespressiva con la follia omicida negli occhi. Non è facile accettare che l'efferatezza del folle sia subordinata a un colpo di scena finale che, non togliendo nulla alla denuncia sociale di questo nuovo mostro, disperde la dose di coinvolgimento dello spettatore. Sconsigliato ai deboli di stomaco". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 25 maggio 2001) "L'American Psycho' di Mary Harron minimizza l'efferatezza degli incubi del protagonista, sottrae materia visionaria alla disturbante e delirante prosa di Ellis, si prende gioco della deflagrante misoginia ironizzando sul narcisismo maschile, esplora ed evoca con distanza estetica e iperrealista l'aggressività, l'avidità, il consumismo ossessivo di quegli anni. Come dire: prima dell' 'American Beauty', l' 'American Psycho' fu un'allucinazione epocale, un delirio di potenza, la nouvelle cuisine dell'edonismo, un grandguignol del conformismo". (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 25 maggio 2001). "Il romanzo di Bret Easton Ellis su un classico yuppie newyorkese degli anni Ottanta e sulle degenerazioni, in una società amorale, feticista e consumista, subisce nel film una singolare alterazione. La violenza viene smussata e resta ambigua. La storia viene mutilata e indirizzata sul versante ironico-satirico. Del dialogo vengono conservate soprattutto le battute brillanti, e la collocazione è limitata al 1987". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 25 maggio 2001) "Né satira di costume, né commedia nera, né suspenser criminale, 'American Psycho' è un oggetto scarsamente identificabile che spreca un cast non privo di seduzioni. Nella parte del torturato Patrick si può riconoscere, a tredici anni di distanza, il ragazzo protagonista dell'Impero del Sole' di Steven Spielberg". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 27 maggio 2001)
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