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"American Pie' di Chris e Paul Weitz (newyorkesi, fratelli, trentenni, debuttanti) è un film nel genere scolastico di 'Porky's', sull'ossessione adolescenziale di perdere la verginità, di farlo: tra l'inizio sfrontato e la conclusione sentimentale, se ne vedono e sentono d'ogni genere. Le uniche cose interessanti d'una simile farsa puerile, resa anche più goffa dal doppiaggio, sono: dire con franchezza una verità, ossia che gli adolescenti pensano soltanto a quello; lasciar credere che nonostante la modernità nulla sia cambiato, che fare l'amore per la prima volta resti difficilissimo e complesso, quasi spaventevole". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 31 ottobre 1999) "Fatto per i teenagers, il filmetto parla ai teenagers di ciò di cui vogliono sentir parlare ma lo fa con leggerezza goliardica, esorcizzando contemporaneamente l'ansia da imbranataggine e quella da prestazione. Nel repertorio tradizionale del filone, in ogni caso, gli smaliziati Weitz pescano a piene mani, da "American Graffiti" al "Laureato". E, in fondo, gli aggiornamenti sono più apparenti che reali. Gli argomenti restano sempre gli stessi: le turbe ormonali dell'adolescenza, la prima volta, la nostalgia dei bei tempi del liceo che, ahinoi, non ritorneranno più". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 1 novembre 1999) "Ogni tanto mi chiedevo dove fosse finito quel misterioso mercenario della parolaccia che a cavallo degli Anni 70 veniva assoldato dai produttori nostrani per la sua bravura nell'imporchettare i film di volgarità. Ogni puttanata, una risata; e (a sentire gli esperti) qualche milione di incasso in più. E chiaro che lo specialista è emigrato a Hollywood, dove gli hanno affidato il compito di rigenerare le commediole all'antica americane con iniezioni di aggressività post-moderna. Ecco infatti 'American Pie', una sorta di 'addio giovinezza' con tutti gli inevitabili crepuscolarismi dell'età di trapasso, rinforzato da sortite nel pecoreccio". (Tullio Kezich, 'Il corriere della Sera', 30 ottobre 1999
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