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"Fate attenzione, non chiamatelo 'Alien IV'. Quel numero romano accanto al titolo (al "marchio" di fabbrica) esprime una serialità arcaica, fordista, industriale. Lascia supporre uno sviluppo lineare e progressivo, un rigoroso controllo del tempo e dello spazio, un rapporto logico e cronologico fra un episodio e l'altro. Roba vecchia, da Rocky o Rambo. Quasi archeologia. La serie Alien (come, per certi versi, anche quella di Batman) funziona in altro modo. Alien/Aliens/Alien /Alien Resurrection. Singolare/Plurale/ Esponenziale/Universale. La serialità cessa di essere una catena e diventa una rete, una proliferazione. Da un capitolo-episodio all'altro non c'è più, necessariamente, sviluppo diegetico. Ci sono caso mai salti, analogie, metastasi. Cioè un meccanismo di riproduzione a distanza che agisce all'improvviso, dove meno te l'aspetti". (Gianni Canova, 'Il Manifesto', 22 febbraio 1998) "Dal 1979 del primo film sono passati quasi vent'anni, la situazione ha perduto nella ripetizione la capacità di sorprendere, Sigourney Weaver è invecchiata: viene infatti raddoppiata dalla ragazza-robot Winona Ryder interprete d'un personaggio superfluo, utile soltanto come lo erano le soubrettine del varietà accanto alla soubrette. L'attualità della quarta puntata della serie non è rappresentata dalla clonazione, tema prediletto dai talk show televisivi, ma dallo stile del nuovo regista, già autore insieme con Marc Caro di due film esemplari sulla decadenza e sulla degradazione del mondo, 'Delicatessen' e 'La città dei bambini perduti'. Jean-Pierre Jeunet ha immaginato l'astronave come un ammasso di ferraglia da prima rivoluzione industriale; il suo direttore della fotografia Darius Khondji ha scelto tonalità scure, nero o marrone profondo, e un procedimento all'argento che aveva già adottato in 'Seven' o in 'Io ballo da sola'. (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 febbraio 2000)
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