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"Will Smith ha cercato con questo film la grande prova d'attore e per riuscirvi si è rifatto i muscoli in mesi di allenamento. Ma sotto la pettinatura afro si legge un po' d'incertezza. La regia di Mann ha la stessa qualità sporca e molto dinamica di 'Traffic'. Dedicato ai fedelissimi di Alì e ai cultori delle cinebiografie". (Piera Detassis, 'Panorama', 10 gennaio 2002) "Prima e dopo 'Toro scatenato' di Martin Scorsese, il cinema ha spesso integrato fra loro i modelli del film biografico e del boxe-movie ma, per quanto grandi, gli altri campioni avevano stature imparagonabili a quella del 'più grande'. Il compito di coniugare sport e storia non era certo lieve e il film soffre, nella seconda parte, di alcune pause di tensione e di qualche indugio non necessario. Però la qualità complessiva è alta, la ricostruzione puntigliosa, la fotografia perfetta, le sequenze di boxe (piaccia o no il genere, queste di Mann sono da antologia) eccezionali, il livello delle interpretazioni ottimo. Will Smith, candidato all'Oscar, deve essersi visto centinaia di volte le riprese di Alì e dei suoi combattimenti: ne restituisce così bene l'arroganza verbale, le movenze da ballerino e la potenza che, nei campi lunghi, potresti scambiare la copia per l'originale". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 2 marzo 2002) "Il regista americano Michael Mann racconta benissimo un decennio cruciale della vita del campione, 1964 - 1974, durante il quale il titolo gli venne sottratto ingiustamente e lui lo riconquistò; Will Smith lo interpreta con grande bravura e passione". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 marzo 2002) "Mann, ipnotizzato dal Mito, trascura la Storia e omette 'dettagli' essenziali. È vero che il coro dei personaggi di contorno è mosso e ben inciso (su tutti Jon Voight, il telecronista Howard Cosell), che molte sequenze costruite sulla musica sono semplicemente memorabili, che i combattimenti sono filmati con stile molto originale. Ma da 'Alì' si esce più frastornati che eccitati. E con qualche rimpianto per il magnifico 'Quando eravamo re', il documentario di Leon Gast che dettagliava il leggendario match contro Foreman combattuto a Kinshasa nel 1974". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 1 marzo 2002) "Scritto con intelligenza, raffinatissimo nella fattura, illuminato dall´interpretazione ispirata di Will Smith per non parlare di Jon Voight anche lui nominato come attore non protagonista nei panni del giornalista Howard Cosell, e realizzato senza badare a spese, 'Alì' è un film impeccabile che ha il solo difetto di restare a tratti troppo freddo ed elusivo. (...) La lunga corsa per le strade di Kinshasa in mezzo a una folla esultante che, avendo identificato in Mohamed il proprio vendicatore benché anche Foreman fosse nero, gli grida 'Alì bomaye' (Alì ammazzalo) è uno splendido film nel film e merita da solo la visita". (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 1 marzo 2002) "Film imponente anche se non convincente fino in fondo, 'Alì' ha il difetto di celebrare più la bravura del regista Michael Mann che la debordante personalità del campione biografato. Muhammad Ali, ex Cassius Clay finché convertitosi all'Islam decise di cambiare il suo nome di nipote di schiavi, vanta già un paio di precedenti cinematografici interpretati in prima persona. (...) Bellissimo, infine, il rapporto fra il campione e il giornalista televisivo incarnato in maniera spericolatamente trasformistica da Jon Voight, al quale dovrebbe proprio andare uno dei due Oscar che il film potrebbe ricevere; l'altro riguarda Smith e direi che sarà difficile negare il riconoscimento un'esibizione di tale impegno". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 2 marzo 2002) "'Alì', che non è una cinebiografia come potrebbe apparire, pur mettendo in scena gli avvenimenti della storia di Muhammad Alì nella decade '64-'74 con adesione maniacale a fatti, persone e luoghi, sconvolge per la monumentalità dello sguardo e del respiro, tipicamente manniani. Dentro 'Alì' c'è la paura dei cambiamenti in atto, rivoluzionari e mai finiti, del contesto e della personalità, come da 'Strade violente' fino a 'Insider'. E Mann ce la fa vedere e sentire, quella paura, attaccandosi, come sempre, ai personaggi, di loro volti, guardando nei loro occhi, con uno stile inconfondibile, unico, fatto di sfocature, angoli, ralenti. Ci sono momenti di inaudita forma cinematografica, pura perfezione linguistica: i dieci minuti iniziali, incredibili, con un medley di brani di Sam Cooke/David Elliott; il primo incontro sul ring con Liston; un paio di leggerissimi movimenti al ralenti nel"Rumble in the Jungle" finale con Foreman, che lasciano a bocca aperta. Che l'Academy abbia quasi trascurato 'Alì' per gli Oscar 2002 è un affronto, e la conferma di quanto grande e fuori fuoco sia il suo autore; ma se Jon Voight nel ruolo del giornalista Cosell non si porta a casa la statuetta, sarebbe oltremodo offensivo". (Pier Maria Bocchi, 'Film Tv', 6 marzo 2002)
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