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Uomini che odiano le donne: conferenza

CONFERENZA STAMPA

Alla Casa del cinema di Roma viene presentata l’anteprima stampa dell’atteso film tratto dal best seller di Stieg Larsson Uomini che odiano le donne. Dopo la proiezione della pellicola, intervengono alla conferenza stampa il regista Niels Arden Oplev, l’attrice protagonista Noomi Rapace e il produttore Sören Staermose, che rispondono alle domande dei giornalisti. Il film sarà distribuito in 450 copie. Così come hanno fatto gli altri paesi europei, dove il film è già uscito, anche l’Italia punta sulla grande distribuzione.

Il film può essere interpretato anche come odio di un uomo verso un altro uomo, con il riferimento specifico al nazismo e ad altre crudeltà storiche?

N. A. Oplev: In un certo senso io credo che nella storia di Stieg Larsson ci sono degli elementi che ci riportano al passato anche della stessa Svezia e dei rapporti che ha avuto con la Germania nazista, però non so se definirla proprio come la storia dell’odio dell’uomo verso un altro uomo, anche perché questo discorso in Europa è ben noto. Quello che noi abbiamo cercato di fare è porre l’accento sul messaggio politico che lo scrittore voleva trasmettere, l’idea che la società contemporanea è crudele nei confronti delle donne. Ho voluto accentuare l’aspetto del valore patriarcale di questi uomini al potere e quindi di questa violenza diretta degli uomini verso le donne.

Nel delineare il personaggio del giornalista avete pensato a Stieg Larsson stesso? E poi cosa potete dirci riguardo ai diritti del quarto libro?

N. A. Oplev: Io rispondo alla prima domanda, per la seconda è meglio che risponda il produttore. Sicuramente nella costruzione del personaggio di Blomkvist abbiamo tenuto conto della biografia di Stieg Larsson, anche perché il giornalista in alcune situazioni incarna l’alter ego di Larsson. Quello che noi abbiamo cercato di fare nel costruire i due personaggi principali per il film è stato renderli quanto più credibili e realistici possibili. Nel libro Lisbeth appare a volte come un super-eroe, noi invece ci siamo allontanati da questa immagine e abbiamo accentuato l’aspetto del realismo.

S. Staermose: Per quello che riguarda il quarto libro, ho parlato sia con l’editore che con la famiglia di Larsson ed entrambi non hanno nessuna intenzione di pubblicarlo, anche perché in realtà lui aveva scritto 300 pagine invece che 400 come era stato concordato. Poi il libro aveva un ambientazione diversa, nel Canada in mezzo ai ghiacci polari; tra l’altro non si sa nemmeno se questo è il quarto o il quinto libro perché lui aveva pianificato la scrittura di dieci libri e quindi aveva tracciato quelle che sono le linee della trama di ciascun testo. Si pensa che lui si sia divertito prima a scrivere il quinto, per cui non siamo certi neanche che sia il quarto.

Come si è trovata nei panni di Lisbeth? Ha dovuto faticare nel dare corpo a quella che era una fantasia di uno scrittore?

N. Rapace: Nel libro il personaggio di Lisbeth è rappresentato un po’ come un eroe dei film di azione, quindi a volte risulta scarsamente realistica. Inoltre Stieg la rappresenta come una donna praticamente anoressica, piccola piccola ma che è capace poi di correre come un centometrista, di combattere esattamente come fa un uomo e quindi quello che io ho cercato di fare insieme al regista è stato di renderla il più possibile reale. Ho cercato di trovare la Lisbeth che era dentro di me, adeguandomi ovviamente a quello che era il personaggio del libro. Mi sono sforzata nel renderlo mascolino, facendo kick-boxing e imparando a guidare la motocicletta. C’è stata una lunga preparazione per il personaggio perché quello che volevamo realizzare con Niels era ottenere un personaggio che fosse complesso quanto quello descritto nel libro, ma al contempo anche comprensibile.

Dal Pressbook leggiamo che lei non era molto convinto nel realizzare questo progetto. Può spiegarci i motivi?

N. A. Oplev: Quando Sören venne per la prima volta da me chiedendomi di realizzare questo film, io ero nel bel mezzo della scrittura di un film sui testimoni di Geova. Tra l’altro non avevo letto nessuno dei libri di Stieg Larsson. Per cui io non ero entusiasta di realizzare un thriller svedese, anche perché ce ne sono già abbastanza in televisione e sono fatti molto bene. Io ho una predilezione per i film drammatici e non per i thriller. Poi leggendo il libro mi sono accorto che questo era un thriller fuori da qualsiasi canone e completamente inusuale, e il progetto è iniziato a interessarmi quando ho capito che c’erano molti elementi drammatici nella storia che avrei potuto tirar fuori pur girando un film giallo. Quanto alla critica mossa a Stieg Larsson di essere americano nel suo stile, io non sono assolutamente d’accordo. La sua è una scrittura molto forte che si innesta perfettamente nella tradizione svedese dei thriller. Forse i suoi libri sono più coinvolgenti e di intrattenimento rispetto alle consuetudini del genere. Ma sia la storia che i personaggi, come ad esempio quello di Lisbeth, sono molto europei e aderiscono perfettamente alla realtà della Svezia.

Quando avete deciso di fare il film conoscevate il successo del libro, per cui avete pensato di fare una sorta di kolossal alla maniera svedese o avete avuto altri propositi?

S. Staermose: Quando abbiamo acquisito i diritti per il film, la trilogia non era affatto famosa e c’erano anche trattative condotte da altri produttori. Alla fine il progetto l’abbiamo realizzato noi e poi è chiaro che quando abbiamo cominciato a girare e la trilogia è diventata famosa, la pressione cominciava ad aumentare e di conseguenza le aspettative rispetto al film. C’era un interesse sempre più forte non soltanto all’interno della scandinavia ma anche a livello internazionale. Da ciò abbiamo capito che per realizzare un film che non deludesse le aspettative ci voleva più tempo e più soldi e quindi la sfida per me è stata quella di raccogliere più finanziamenti possibili per realizzare il progetto.

N. Rapace: Noi abbiamo deciso sin dall’inizio di ignorare le pressioni provocate dalle aspettative del pubblico. Anche perché non è che uno si mette a tavolino e pensa di realizzare un successo. È una cosa che non si può prevedere. L’unica cosa che puoi fare è cercare di rendere quello che stai facendo il più personale possibile e trovare dentro di te la verità. Così come non si può essere amati da tutti non è possibile soddisfare tutti e quindi la nostra decisione è stata quella di chiudere le porte a queste pressioni, cercando di mantenere l’energia giusta all’interno del set che ci permettesse di lavorare al meglio.

N. A. Oplev: Noi in realtà questo film l’avremmo potuto girare in mille altre maniere. Anche a livello stilistico avremmo potuto usare la camera a spalla, seguendo quello che poi è lo stile televisivo, ma la cosa che io ho percepito sin da subito, considerando la portata dell’operazione, è stata quella di prestare sempre attenzione alla ottima qualità del film in ogni inquadratura. Questo è stato il nostro obiettivo principale. E questo ha significato prendersi del tempo in più per lavorare: il film infatti doveva essere girato in 65 giorni, alla fine ne abbiamo impiegati 85.


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