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Tutta la vita davanti: intervista

CONFERENZA STAMPA

Com’è stato lavorare con Paolo Virzì?

Isabella Ragonese: Questo ruolo per me è stato un regalo, e Paolo e Francesco Bruni hanno scritto questo personaggio in una maniera già così precisa che lavorarci è stato molto facile; già in scrittura era pieno di spunti, ricco, affrontava mille situazioni diverse, e per un’attrice è una benedizione ottenere un ruolo del genere. Insieme abbiamo cercato di conferire al personaggio maggiore umanità possibile, di avvicinarlo al pubblico, di raccontarlo attraverso gli incontri che fa, anche perché rappresenta il punto di vista del film, un punto di vista femminile. La sfida era non renderla una snob: nonostante la sua laurea con lode e i suoi studi di filosofia teoretica, il suo atteggiamento non doveva apparire distaccato o schizzinoso, ma aperto e non giudicante. Abbiamo lavorato per renderla simpatica e divertente, sempre fuori luogo in ogni situazione; quest’ultima caratteristica le permette di avere una prospettiva privilegiata, ovvero quella dell’alieno, dello straniero, che arriva da un altro mondo e vede tutto come fosse la prima volta.

Micaela Ramazzotti: Quando ho letto la sceneggiatura ho avuto molte reazioni diverse; mi sono commossa, ho pianto, ho riso… il copione era già commovente di per sé. Ma è stato soprattutto con l’inizio delle riprese che mi sono resa conto di quanto fosse complesso il lavoro sul personaggio, non sapevo da dove cominciare e mi chiedevo perché fosse così fragile, cosa l’avesse resa quella che è. Poi abbiamo deciso di renderla per certi versi animalesca, una donna che regala sesso agli uomini per ricevere amore, ma che in realtà riceve soltanto fregature e qualche insulto. E’ una donna sola, che non ha lavoro, non ha un compagno di vita… un personaggio che ho amato e per il quale ringrazio Paolo, che è riuscito a valorizzarci al massimo.

Che genere d’indagine avete svolto sui call center?

Virzì: Beh, da tempo pensavamo di rifare I compagni di Monicelli spostando l’ambientazione da una fabbrica ai call center, e abbiamo cominciato a guardarci intorno per raccogliere materiale, informazioni, testimonianze... poi mi sono imbattuto nel libro di Michela Murgia Il mondo deve sapere, e ho scoperto che l’autrice descriveva questo mondo in maniera molto vivace e caustica. Così ci siamo fatti raccontare la realtà di un vero call center, quello della Kirby: molte cose ci hanno impressionato e hanno ispirato il film. Ovviamente, però, ci siamo anche divertiti a raccontare questo mondo in una forma romanzesca, quasi da fiaba, facendo leva sulla natura fantasmagorica di questi luoghi di lavoro trasformati in set televisivi o villaggi vacanze, con tanto di premiazioni, e utilizzando uno stile di ripresa diverso rispetto al passato; a tal fine ho chiamato un direttore della fotografia italoamericano, Nicola Pecorini, che lavora spesso con Terry Gilliam, proprio perché cercavamo di racchiudere nell’inquadratura questa particolare estetica iperrealista.

Nei tuoi film pare esserci sempre una visione divertente ma pessimistica, quasi non ci fosse una vera possibilità di riscatto...

Virzì: Può darsi che sia vero, anche se io credo di essere una persona abbastanza normale, e come tutti mi divido fra pessimismo e ottimismo… ma effettivamente su questo film può essere calato un velo feroce, sinistro, derivato un po’ anche dal nostro tempo, dalla società, e lo sforzo resta sempre quello di non piangersi addosso. Tutti i personaggi vengono in un modo o nell’altro feriti, ma credo che nel finale ci sia uno spiraglio di consolazione e di buono auspicio, come se il mondo potesse essere salvato dalla solidarietà, dalle persone semplici. Non vuole essere però un messaggio di speranza… i messaggi di speranza li dà il Papa.

Rappresentando una situazione da bolgia infernale come quella del film, e che corrisponde a una realtà quotidiana, viene da chiedersi se sia il caso di trattare simili temi in forma di commedia… qual è stata la riflessione, in proposito, in sede di scrittura?

Virzì: In verità non credo che il film sia in tutto e per tutto una commedia, lo è in parte. Io ho sempre accettato volentieri la definizione di autore di commedie o di “erede della commedia all’italiana”, ma ho sempre saputo che dietro c’è un imbroglio; quelle che racconto sono in genere storie tristi mascherate da commedie. In questo caso la pena del vivere e del lavorare raggiunge livelli di drammaticità che non avevo mai toccato. Ma nel complesso io e Francesco Bruni, pur tenendo in grande considerazione la storia della commedia all’italiana con i suoi maestri, ci siamo resi conto che quegli strumenti narrativi e quel linguaggio non fossero più sufficienti a raccontare il nostro tempo: quell’estetica è nata in un’altra stagione dell’Italia, quando noi italiani eravamo straccioni e commoventi, ma ora siamo una popolazione diversa. Così abbiamo cercato di disegnare il manifesto di un popolo in giacca e cravatta, con l’auricolare bluetooth, con il sorriso promozionale, in una marcia spavalda verso chissà dove, forse verso il nulla. Sentiamo che l’Italia è cambiata, dunque per raccontarla ci rivolgiamo a linguaggi nuovi e anche spudorati, magari tendendo alla metafora, alle storie surrealistiche e oniriche; ma a dire il vero abbiamo capito che anche in questo non c’è vera novità. C’è molto passato nel nostro futuro.


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