Ven 23 Gen 11:00
CONFERENZA STAMPA
Intervengono alla Conferenza stampa del film, tenutasi presso il Grand Hotel St. Regis a Roma, il produttore Aurelio De Laurentis, il regista Giovanni Veronesi, gli attori Carlo Verdone, Sergio Castellitto, Riccardo Scamarcio, Ksenia Rappoport, Dario Bandiera e gli sceneggiatori Ugo Chiti e Andrea Agnello.
Condividete l’immagine degli italiani che emerge da questo film?
De Laurentiis: Evidentemente se così sono stati pensati in fase di sceneggiatura, è chiaro di sì. Anche gli attori, che sono quasi tutti attori/autori, avevano delle idee ben precise, e, in fondo, ci siamo mossi tutti verso un’immagine e un pensiero condivisi. Nel film si possono identificare tutte le tipologie degli italiani, altrimenti avremmo fatto un film a sketch, che però avrebbe avuto un altro tipo di logica e un altro tipo di mercato.
Veronesi: Penso anch’io che nel film ci siano quattro tipologie di italiani diversi. Abbiamo scelto quelle più divertenti. L’idea con Aurelio, all’inizio, era quella di fare un film sugli italiani che avevano successo all’estero; però a me piaceva di più raccontare gli italiani un po’ più disgraziati. Mi sembravano più normali e anche più simpatici. Il titolo viene da un forum della Corriere della Sera di Severgnini, un sito internet in cui gli italiani all’estero si scambiano idee e comunicano. È chiaro che non sono gli stessi che ho raccontato io, ma è vero pure che quelli del mio film esistono, e nella realtà sono così stravaganti e divertenti come i miei protagonisti.
Il tema dell’italiano all’estero è un classico della commedia all’italiana, da Sordi a Manfredi. Qui c’è qualche differenza rispetto a quel tipo di italiano?
Veronesi: Beh, certamente sono un po’ cambiate le cose. Magari adesso ci sono personaggi di un ceto sociale più alto, che sono più colti, ma che però hanno una caratteristica in comune, e cioè questo grado di italianità che si portano addosso. È qualcosa che negli altri popoli si percepisce sicuramente meno. A noi ci chiamano “Italians” come se fossimo una razza a parte, ed è vero. Basta andare in un aeroporto straniero e lo vedi che gli italiani sono sempre quelli che fanno più casino.
Carlo Verdone, Sergio Castellitto, visto che siete anche voi registi, potete dirci come avete lavorato con Veronesi? Cosa vi ha divertito di più del vostro personaggio? Ksenia Rappoport, l’immagine dell’italiano dongiovanni, provolone, è confermata nel suo paese?
Verdone: Giovanni è un mio amico nella vita privata, ho già lavorato con lui 2 volte in Manuale D’Amore 1 e 2, e quando mi ha offerto questa opportunità di Italians ho accettato molto volentieri. Anche perché per me diventa duro ogni volta pensare e concentrarmi solamente su un film fatto da me, quindi devo ogni tanto far l’attore per qualche altro autore. Io ho lavorato bene con Giovanni, lui capisce perfettamente la mia recitazione, i miei tempi e soprattutto ha saputo mettermi in imbarazzo, e io quando sono in imbarazzo riesco a dare sempre il meglio di me stesso. Il mio personaggio poi passa attraverso varie fasi, dall’impaccio iniziale con Bandiera e con la Rappoport a toni più da commedia fino a delle sfumature anche più serie verso il finale, che devo dire mi è molto piaciuto. In Russia poi mi sono trovato molto bene, perché ho conosciuto delle persone splendide, ho visto una città meravigliosa come S. Pietroburgo in cui si respirava comunque un’ aria italiana, e poi ho avuto il privilegio di lavorare con un’attrice straordinaria come Ksenia Rappoport.
Castellitto: Si, io ho lavorato già con Giovanni molti anni fa in un film dal titolo Silenzio si nasce, che non è stato molto fortunato ma di cui io ne vado fiero. Sono stato battezzato alla commedia da Carlo, in quella bella storia con Ornella Muti Stasera a casa di Alice. Pur essendo io stesso un autore, devo dire che come attore sono molto obbediente, nel senso che rispetto il mondo poetico creato dal regista. A Giovanni, poi, più che girare o scrivere, piace soprattutto dirigere gli attori, che alla fine diventano un po’ gli effetti speciali dei suoi film.
Rappoport: Io penso che abbiamo molte cose in comune e in realtà non siamo poi così distanti noi russi e gli italiani, e in questo sono d’accordo con Carlo. L’immagine dell’Italia che abbiamo noi si rispecchia di certo con quella del Bel Paese e la figura dell’italiano è quella del classico uomo passionale, caloroso, anche un po’ caciarone.
Qual è secondo voi il peggior difetto e la migliore qualità dell’essere italiani?
Veronesi: Diciamo che le storie degli italiani all’estero sono piene di luoghi comuni, però i luoghi comuni, secondo me, hanno sempre due facce. Prendiamo, ad esempio, la frase che c’è nel manifesto: “Ci facciamo sempre riconoscere”. Ecco, il primo luogo comune è appunto il fatto di essere chiassosi, caciaroni. Noi abbiamo visto, ad esempio, all’aeroporto di Dubai un ragazzotto romano che faceva del surf sul nastro trasportatore dei bagagli! Lì io mi sono un po’ vergognato di essere italiano, però poi anche inorgoglito, perché sono sicuro che nessun altro popolo riuscirebbe a fare una cosa del genere. Questi sono dunque gli aspetti della prima faccia del luogo comune. Poi, devo dire che c’è tutto un aspetto legato all’umanità inconfondibile che hanno gli italiani. L’italiano all’estero ha fatto delle cose incredibili, come atti di eroismo, di generosità. Insomma, noi siamo delle persone originali, che lasciano il segno, sia per il carattere, per il modo di porsi verso il prossimo, che per la nostra capacità di adattamento. Quindi penso che noi è vero ci facciamo sempre riconoscere, ma nel bene e nel male.
Castellitto: Beh, a me gli italiani sembrano abbastanza straordinari e abbastanza indecenti. Longanesi diceva che gli italiani sono buoni a nulla e incapaci di tutto. Questa mi sembra una frase geniale, che coglie il punto. Nel film, che è soprattutto una commedia, abbiamo cercato un po’ di riassumere vizi e virtù degli italiani, per capire che immagine passa dell’italiano all’estero. Ma un aspetto più serio che dovrebbe farci pensare sul come ci percepiscono all’estero, è perché, ad esempio, Gomorra non sia stato scelto agli Oscar. Forse perché magari all’estero riconoscono e apprezzano solo i nostri luoghi comuni, come diceva prima Giovanni.
Scamarcio: Anch’io sono d’accordo con Giovanni. Avendo girato vari Paesi, ho sempre di più la convinzione che non riuscirei a vivere da nessun’altra parte. Pur ammattendo il fatto che ci sono delle situazioni di poca educazione civica, credo che in Italia ci sia una sorta di umanità, che viene sempre fuori nelle situazioni. C’è insomma una vicinanza maggiore tra le persone, a differenza degli altri posti. Poi però tutto il resto è un gran casino, perché le cose non funzionano, nessuno rispetta le regole e la situazione è sempre peggiore per quanto mi riguarda.
Per la prima volta vediamo una scena molto cruenta, la scena di un omicidio in un film prodotto dai De Laurentiis. Potete spiegarci come mai avete fatto questa scelta?
De Laurentiis: Io credo che quando si procede alla scrittura di un film, ti fai portare avanti dal racconto man mano che lo sviluppi perché il film ha vari momenti e vari processi. Non ci sono delle limitazioni che anteponi all’inizio, e molto spesso ci sono delle logiche sequenziali a quello che tu stai seminando. Per cui, quando tu hai abbozzato a uno schema di personaggio, sai che il suo excursus potrà passare attraverso varie stazioni. È proprio per questo che noi siamo radicalmente degli stacanovisti della sceneggiatura, nel senso che non si procede mai in maniera superficiale. Poi ovviamente ciò che si vede può piacere o non piacere, ma noi siamo sicuri di aver fatto un lavoro onesto sul piano intellettuale.
Veronesi: Si, è così. La morte di Bandiera è stata discussa e ridiscussa in fase di sceneggiatura, io ero uno dei principali sostenitori del fatto che avvenisse perché mi piaceva anche da girare; come regista era una scommessa per me vedere in che modo il pubblico arrivasse fino a quel punto e poi rientrasse nei binari della commedia. È proprio in questi momenti che ti rendi conto se il pubblico segue oppure no: è come una specie di serpentone che ti viene dietro, che ride quando deve ridere e si inchioda quando è il momento di farlo, ed è una cosa molto difficile trasportare il pubblico attraverso tutte queste emozioni così improvvise, da una scena all’altra.
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