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Qualcuno con cui correre: intervista

INCONTRO STAMPA

Il regista Oded Davidoff, l’attrice protagonista Bar Belfer (Tamar), l’attore Yuval Mendelson (Shay) e il co-produttore Luca Barbareschi incontrano la stampa a Milano per presentare il film.

Com’è stato passare dal libro al film?

Davidoff: appena ho letto questo libro ho subito pensato di trasporlo in un film. L’ho letto in due ore, nonostante non sia un romanzo così leggero, e ho subito sentito che questa storia si sarebbe prestata molto bene a un adattamento cinematografico per diversi motivi. Innanzitutto, la storia stessa, i personaggi, le varie trame che ci sono nel libro e che confluiscono e s’intrecciano insieme: è una storia molto dura, molto violenta, a volte molto tenera, che coinvolge dei giovani e che ha tantissima musica. Tutti elementi che io amo profondamente e che mi hanno fatto venir voglia di fare questo adattamento. E, soprattutto, il luogo dove la storia è ambientata nel romanzo e poi nel film: Gerusalemme, la città in cui è nato David Grossman, ma dove sono nato anch’io.

Non sono stato io a scrivere la sceneggiatura, ma Noah Stollman, con cui io lavoro abitualmente. Nonostante questo, il rapporto che ho intrecciato e coltivato con David Grossman è quello di una profonda amicizia.

Che rapporti ci sono stati con Grossman nel corso della lavorazione e della creazione del film?

Davidoff: David Grossman ha letto la primissima stesura della sceneggiatura e gli è piaciuta. In questo modo, ci ha lasciato procedere nel lavoro e abbiamo presentato una seconda stesura, per cui, poi, si fidava di noi. Di fatto, essendo lui un uomo estremamente impegnato nel mestiere di scrittore, ci ha lasciato lavorare per conto nostro, proprio perché ha capito che tipo di approccio avessimo nei confronti del libro, per rendere l’adattamento cinematografico. David non aveva mai visto il cast e gli attori che noi avevamo scelto. Quando abbiamo iniziato le riprese a Gerusalemme, è venuto sul set uno dei primi giorni e ha visto Bar (Belfer, ndr) incarnare Tamar: è stato veramente felice e anche noi lo siamo stati. È stato un entusiasmo comune, per lui di vedere i suoi personaggi prendere vita dagli attori, per noi di vedere lui così emozionato.

Belfer: quando lui (David Grossman, ndr) è arrivato sul set, è stato motivo di grande tensione e di profonda emozione. Mi domandavo come avrebbe visto la mia interpretazione di un personaggio che lui aveva creato nel suo libro, ed erano i primissimi giorni delle riprese. Poi, ho visto che gli s’illuminavano gli occhi e ho capito che gli piacevo. A quel punto, David Grossman ha semplicemente detto: “Tamar, ciao!”. Dopo di allora è rimasto in silenzio, ma si vedeva chiaramente che era felice e commosso.

In relazione alle canzoni e alle musiche: le canzoni sono originali? L’interprete è davvero Bar Belfer? Come mai è stato scelto proprio questo tipo di temi, così spesso riferiti all’amore adolescenziale?

Belfer: le canzoni non sono originali. Sono cover di canzoni molto conosciute in Israele. Effettivamente io le canto e le suono personalmente, ma sono tutte versioni cover.

Davidoff: sono canzoni degli anni settanta, ottanta…

Mendelson: e anche novanta!

Davidoff: … e la scelta è stata, insieme a tante altre scelte per il film, quella di trovare degli attori giovani, che non fossero molto conosciuti – e non è facile in Israele riuscire a trovare dei bravi attori giovani – e in più volevo anche che questi attori sapessero suonare. Yuval (Mendelson, ndr) nel suo paese è una famosa rockstar e anche Bar (Belfer, ndr) è una musicista. Per quanto riguarda la scelta delle canzoni, io volevo avere determinate canzoni: era fondamentale, però, per me avere anche il consenso di Bar, perché – non sembra – ma non è così facile come temperamento la ragazza. Lei può dare il meglio di sé soltanto se una cosa le piace profondamente.

Le canzoni hanno un significato preciso in ogni scena del film nel contesto in cui sono inserite.

Perché un film ambientato a Gerusalemme deve subire un doppiaggio così penalizzante, con evidenti inflessioni in romanesco? Non sarebbe più giusto distribuire il film in sala in versione originale sottotitolata?

Barbareschi: i film non escono con i sottotitoli perché non hanno pubblico in Italia. Il problema del doppiaggio è un problema annoso. In Italia, il doppiaggio si fa a Roma, ma è un problema di tutta la lingua italiana che è diventata romanizzata. È un problema della televisione: anche i milanesi quando vogliono essere spiritosi fanno la battuta alla romanesca. C’è un problema sugli stabilimenti di doppiaggio che sono a Roma e dove le nuove generazioni di doppiatori parlano in romanesco.

Davidoff: in Israele non viene doppiato nessun film, nemmeno quelli americani. L’unica eccezione sono i cartoni animati per i bambini più piccoli. Venendo in Italia e girando un po’, tra Roma e Torino, visitando la Mole, io mi sono reso conto che quando chiedevo delle indicazioni stradali per recarmi in un determinato luogo, la gente non parla inglese. Contrariamente a quello che fanno gli israeliani, che conoscono tutti l’inglese e quindi per loro vedere un film in lingua originale, anche se ci sono i sottotitoli, non ha importanza perché, di fatto, lo guardano: guardano il film e lo ascoltano, sono perfettamente in grado di comprenderlo e di non concentrarsi sui sottotitoli.

Che tipo di reazioni ha scatenato in Israele questo film?

Davidoff: in Israele il pubblico ha adorato questo film. Ricordo di aver assistito a una proiezione a Gerusalemme e il pubblico si è messo ad applaudire, come si faceva negli anni cinquanta, nel mezzo del film. Ha avuto una distribuzione in tutto il paese ed è tuttora visto frequentemente anche dalle scolaresche, viene utilizzato dagli insegnanti come strumento didattico.

Io credo che il pensiero, la sensazione che il pubblico israeliano ha, quando esce dalla visione di questo film, è che non c’è niente che non sia possibile fare se uno vuole veramente fare una cosa.

Mendelson: la lezione che dà questo film, il suo messaggio profondo è la speranza. Siccome io sono una rockstar, la gente mi conosce come musicista, ricordo che mi fermavano per strada, mi abbracciavano e dicevano: “Stai bene, meno male, non hai più il problema della droga”, in un eccesso di identificazione totale che i giovani sono riusciti ad avere e di un’empatia con i personaggi, perché condividono quello che i giovani di questa storia vivono. Questa prima esperienza da attore è stata per me straordinaria, mi ha dato molto, mi ha fatto imparare molte cose.

Belfer: i giovani hanno avuto una partecipazione profonda, relazionandosi e immedesimandosi nei personaggi, quindi preoccupandosi per loro, avendo a cuore il loro destino. Non sono personaggi leggendari, eroici, ma sono personaggi veri: questo ha permesso al pubblico di avvicinarli ancora di più.


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