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Questione di cuore: intervista

INCONTRO STAMPA

La regista Francesca Archibugi, gli attori Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese, le attrici Micaela Ramazzotti e Francesca Inaudi incontrano la stampa a Milano per presentare il film, che uscirà in 250 copie.

Perché ha deciso di mettere in scena la fragilità maschile?

Archibugi: ho letto questo romanzo di questo mio amico sceneggiatore, quando era ancora in bozze con lo stesso titolo del film Questione di cuore. Mi è piaciuta molto la storia, proprio per come era articolata, e anche libera di poter essere abitata e reinterpretata. Quindi non è stata un’idea mia, ma un’idea che mi è stata regalata.

Il ruolo dello sceneggiatore. Lei si riconosce in ciò che dice il suo personaggio, Alberto? Se anche lei, insomma, si ritrova nel suo modo di operare?

Archibugi: ma, sicuramente. Il film poi, alla fine, l’ho sceneggiato da sola. Anche perché mi sembrava che contenesse la possibilità di sviluppare una specie di idea di che cosa per me sarebbe la narrazione, in un modo non pedante e anche personale. In questo c’è, come in tutti e due i personaggi, moltissimo apporto degli attori.

Come le è venuto in mente di mettere insieme questi due attori eccezionali, ma così diversi?

Archibugi: non è stato facile trovare delle persone che potessero dare corpo a questi due ruoli. E adesso è talmente forte come loro siano dentro questi due ruoli, che mi hanno fatto un po’ dimenticare come fossero prima. Succede sempre così quando gli attori prendono possesso della sceneggiatura: che non ti ricordi più nemmeno, prima che loro ci entrassero, che cosa fosse.

Che cosa ha ritrovato di sé, del proprio modo di lavorare, di osservare le persone, nel personaggio?

Albanese: per quanto mi riguarda, ho soltanto letto, amato e seguito il personaggio e le indicazioni di Francesca (Archibugi, ndr), quindi della sceneggiatura. Come sempre faccio, da un po’ di tempo a questa parte, amo cambiare ed essendo un personaggio che non avevo mai fatto, questa cosa mi eccitava, mi entusiasmava. L’idea di rappresentare questo intellettuale un po’ decadente, con quest’anima un po’ chiusa, tutta nascosta e tutta da scoprire, questa semplicità che poi riesce ad incontrare, mi interessava.

È la terza volta che, in situazioni diverse, riveste il ruolo del padre?

Rossi Stuart: il fatto della paternità, non posso che constatare che sono entrato nell’età della paternità possibile. Direi: tre padri molto diversi l’uno dall’altro. In Amelio (Le chiavi di casa, ndr), ero un padre che aveva rifiutato la sua paternità, era scappato per paura, incapace di affrontare quella situazione; nel film che ho diretto e scritto (Anche libero va bene, ndr), facevo un padre che si era caricato non solo del ruolo di padre, ma anche in qualche modo aveva sostituito la figura materna; in questo (Questione di cuore, ndr) sono un padre, per certi versi, più equilibrato, di una famiglia più canonica.

Le location del film sono particolarmente preziose per il senso della narrazione. Come e perché ha scelto proprio queste?

Archibugi: quando ho dovuto riflettere al personaggio di Angelo, quindi un ex-sottoproletario, quindi un mondo di ex-borgata, cercavo di fare qualcosa che fosse realistico, non naturalistico. Cercavo di riuscire a capire delle cose che non sapevo. Quindi, ho fatto dei giri per delle borgate che erano le stesse della storia del cinema: i luoghi intorno alla casa di Angelo, a parte proprio il crocicchio di via Fanfulla e via Braccio da Montone che è proprio dove è stato girato Accattone (Pier Paolo Pasoloni, 1961, ndr), ma poi tutto lì intorno fanno un passaggio al Mandrione, al Quadrero Vecchio, cioè la borgata Cordiani; prendono il trametto a Torpignattara. In qualche modo sono andata a ricercare quello che è stato l’immaginario dell’Italia nel mondo, dal 1945 fino a tutti gli anni ’60, che era, come dire, il cuore del cinema italiano. Sì è girato tutto in quattro chilometri quadrati. È stranissima questa cosa, dopodiché mai più. Non è stata una ricerca solo figurativa, ma uno sfondo che avesse qualcosa di narrativo.

Ruolo delle protagoniste femminili con questi personaggi che assistono quasi impotenti alla storia?

Ramazzotti: il personaggio di Rossana si è sposata il più bello del quartiere quando era davvero giovane, è riuscita così a crearsi questa fortezza inespugnabile degli affetti, chiusa a doppia mandata. Si apre al mondo con il personaggio di Alberto, complicato per lei, così chiusa com’è nel suo mondo di affetti, e viene travolta dall’ironia e dal dolore che esprime lungo tutto l’arco del film, incuriosita dal ruolo per lei inconsueto dello sceneggiatore. Osservando con occhio vigile tutto il percorso dall’inizio alla fine lei realizza man mano quello che sta succedendo: le donne subiscono questa cosa, la osservano in maniera attenta, così come lei osserva vigile i suoi figli.

Inaudi: per me l’impotenza è stato il problema principale per il personaggio di Carla. La sua impotenza era scelta, non era subita, rispetto all’atteggiamento di Alberto, a ciò che da lui le viene imposto. Quindi, lei è totalmente contrapposta al mio essere, al mio carattere, al mio modo di prendere le cose. Per una volta ho avuto davvero un personaggio lontanissimo da me e da quello che sono: andare a trovare qual’era la porta per arrivare al cuore di questo personaggio è stato molto difficile e sofferto.


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