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"Sorprese d'estate, due: arriva dall'Australia il primo film al 99% aborigeno. Solo il regista Rolf De Heer è bianco (era suo 'The Tracker', bellissimo western aussie sul genocidio). Tutto il resto rielabora miti, leggende, racconti, usanze, credenze, morale, umorismo degli antipodi. Sissignori: gli aborigeni scherzano e ridono da matti, anche in questa movimentata parabola ambientata in tempi remotissimi e narrata da uno dei protagonisti al fratello minore perché impari a non desiderare la donna d'altri... Dietro le immagini ci sono le migliaia di foto scattate nel nord dell'Australia da Donald Thomson, antropologo degli anni 30. Dietro la storia, intricatissima e a tratti incoerente 'come un albero pieno di rami', 10.000 anni di cultura aborigena con i suoi volti, i gesti, le abitudini alimentari e famigliari, le piccole menzogne dalle grandi conseguenze. L'effetto è di totale spaesamento e insieme di strana familiarità perché De Heer, ipnotizzato dai personaggi, travasa tutto questo mondo mai visto in una forma-cinema abbastanza collaudata. Restando saggiamente narratore, all'occidentale, senza mai tentare di farsi stregone o sciamano." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 2 giugno 2006) "Il film davvero sui generis si colloca in un tempo indefinibile, quando il giovane Dayindi concupisce una delle tre mogli del fratello: per insegnargli «come ci si comporta», l'anziano cacciatore racconta, così, la vecchia storia di un amore proibito, corredata dagli esemplari quanto inevitabili eventi successivi. I piani narrativi del presente e del passato s'intrecciano continuamente anche grazie alla fotografia, ora a colori ora in bianco e nero; al resto pensano le riprese effettuate con accanito piglio antropologico nel corso di tre mesi trascorsi dalla troupe negli acquitrini infestati da sanguisughe, zanzare e coccodrilli. Circostanza che inibisce qualsiasi giudizio puntiglioso e qualsiasi sospetto di sfruttamento del patrimonio immaginario (sia detto senza offesa) dei «buonissimi selvaggi»: stando al gioco della cultura e della lingua aborigene, è possibile che il colpevolizzato spettatore occidentale scopra le delizie (?) di un mondo arcaico e immoto, naturale e insieme simbolista, crudele ma a tratti persino autoironico e ghignante." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 3 giugno 2006) "Rolf de Heer, come fosse il Lévi-Strauss del cinema, narra la fiaba antropologica delle popolazioni tribali a nord dell' Australia, palude d' Arafura, ricca di zanzare. Per dare una lezione sull'oggi, rivive dal passato la storia dell'amore proibito, dello stregone, della donna scomparsa e ritrovata, di un'uccisione feroce e casuale e di una peggior vendetta. Animistico eppur carente di anima, molto noiosamente interessante, il film manca delle facoltà evocative del Tempo e si limita alle curiosità un po' folk: 10 canoe, 150 lance e 3 mogli i primi numeri in bilancio, ma il talento di De Heer ha un'altra follia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 3 giugno 2006) "Cantore solista dell'epopea degli aborigeni, questa volta Rolf de Heer ('The Tracker') si è spinto oltre: con '10 canoe', co-prodotto dalla nostra Fandango, ha messo in scena una storia arcaica, concepita in collaborazione col popolo di Ramingining e interpretata esclusivamente da nativi australiani. (...) Il film offre un'esperienza del tutto inusuale, regressiva, un po' ipnotica. Ed è una sorpresa la scoperta di un 'humour tribale' parecchio divertente, di cui (colpa nostra...) avevamo fin qui ignorato l'esistenza."(Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 2 giugno 2006)
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